I minuti che passano ora
possono anche essere puri, ma certo tali non furono tutti i secoli che ti
prepararono
(ItaloSvevo, La Coscienza di Zeno).
I' respiro ma nun abbasta
ancora nun abbasta nun abbasta si nu rispiri tu vicino a me
(Almamegretta,
Respiro).
Nino vive in campagna
nel Casertano, fa la quinta elementare. E' lui a raccontare la sua passione per
la maestra scesa da Forlì, i suoi rapporti con la madre premurosa e il padre
camorrista, la sua amicizia con Michele. Ecco il suo mondo, inquinato dal
sopruso e scandito da un linguaggio che mostra rispetto per la realtà orale di
questa porzione del sud. Un linguaggio che in qualche modo nazionalizza il
dialetto per approdare a un italiano deformato, spesso esilarante,di certo
evocativo quanto il peso di uno sguardo o il colore della terra macchiata di
sangue. Un autentico idioma di agilità gaddiana, capace di fare delle storie di
Nino una struggente metafora della solitudine meridionale.
(L’ASSO
NELLA MANICA)
Caro lettore,
forse, prima di acquistare e leggere questo libro, prima di fruire di una
qualche qualità espressiva, vuoi sapere quali siano state le intenzioni
dell'autore. Si sa che le intenzioni sono una piccola cosa fallibile e un
romanzo una volta scritto, aspira ad andare oltre e a camminare per conto suo,
ma, per quel po' che possono valere, te le dico in due parole. Ho inteso parlare
di un ragazzino di dieci anni e, attraverso il suo linguaggio, della sua
condotta psicologica: le sue morbosità di adolescente, la levità, gli affanni;
attraverso ì suoi affetti e i suoi rapporti umani, ho inteso parlare di una
comunità contadina, arcaica in alcuni riti e valori, ma brutalmente ammodernata
dalla cultura del sopruso e della violenza. Un concentrato di drammatiche
contraddizioni, un disagio nella vita civìle che investe intere regioni del
Mezzogiorno. Questo non era il mondo della mia infanzia lontana (altre, semmai,
furono le lacerazioni), ma mi sono convinto che gli scrittori del Sud e anche i
più umili facitori di storie non possono eluderlo, se vogliono rinforzare le
esili e scabre ragioni della scrittura narrativa col peso della realtà e cercare
l’incontro con i lettori su un terreno più sicuro. (attilio del giudice)
LA POSTFAZIONE DI FRANCESCO PICCOLO
La vita incagliata è per
Attilio Del Giudice una sorta di resa dei conti. Ma alla fine, ogni romanzo è
una resa dei conti. Se uno dicesse una frase stupida come: ho necessità di
capire alcuni nodi della mia vita, si potrebbe rispondergli che questo è il suo
programma letterario fino alla fine dei suoi giorni. Però uno scrittore si mette
dentro una storia, sceglie un punto di vista molto basso – in questo caso, un
ragazzino un po’ ignorante – e a quel punto non gli rimane che stendere un mondo
intero davanti, come quelle enormi lenzuola bianche che le madri facevano volare
in alto prima che cadessero dolcemente sul letto, e nell’attimo in cui volavano
per la stanza coprivano ogni cosa, erano tutto il mondo che si poteva vedere, e
se tutto il mondo per un secondo è morbido e bianco, ci si può mettere dentro
(scrivere) quel che si vuole. E allora questo ragazzino, la sua lingua
sgrammaticata che accompagna un pensiero semplice e intanto potente per il fatto
di voler essere indagatore, non può essere altro che commovente. Perché dentro
il candido sguardo (e di conseguenza sopra le candide lenzuola) ci sono cose
molto serie: il dolore, la violenza, e la tenerezza di alcune intuizioni liriche
di questo io narrante malmesso che attraverso la fatica delle parole da trovare,
buone o cattive che siano, riesce a far passare tutto quel che deve passare.
Solo che quel che passa è la vita che si è incagliata. Del resto, cosa c’è di
commovente in quelle lenzuola che volano per la stanza prima di cadere morbide
sul letto? Non c’è nulla, prese così da sole: sì, il gesto e la morbidezza; sì,
l’odore di pulito; ma quel che commuove è altro: è il peso della storia di
quella stanza, è la bellezza di una madre che sfiorisce, è la grandezza
dell’amore che chi guarda ha per tutto questo. Solo che quell’amore così grande
è inesprimibile, sia per timidezza sia per ostentazione, perché nemmeno un
abbraccio e una dichiarazione possono davvero raccontare quel che costituisce il
sentimento.
In questo un romanzo è coraggioso. Perché prova a mettere in moto un meccanismo
che nel suo dispiegarsi complesso e tangente alla vita, prova a dare la misura
dei sentimenti – e in questo caso, dell’impossibilità di esprimere una
personalità, sia pure fragile e inadeguata, dentro e fuori la famiglia. Gli
accadimenti dolorosi sono troppo tragici per essere presi di petto, per questo
il ragazzino prova a ragionare di sbieco, a prenderli alle spalle, a girarci
intorno: è sia la misura dei suoi mezzi, sia la protezione che i suoi mezzi gli
hanno dato. Ma non c’è niente da fare: se la vita si incaglia, si incaglia.
Il lavoro sulla sintassi meridionale, nei libri di Attilio Del Giudice, è
meticoloso, pernicioso, anche testardamente manierato. È’ il suo modo di
sfondare, sfrondando, il senso del dolore e questa condanna ben accolta che è la
meridionalità. Il maresciallo Capece e il commissario De Grada sono stati i
primi attori di questa finta commedia che sfociava nel giallo anomalo ma
soprattutto penetrava nell’esistenza della vita umana da compiersi tutta sotto
il sole della controra, a combattere con il cibo della trattoria, con la
bellezza sudata delle donne. E qui, nella Vita incagliata, lo scenario è lo
stesso, una sorta di silenzioso protagonista che senza quasi muoversi invade
tutto, i corpi dei personaggi, i pensieri morbosi, la lingua fino alla sintassi
del flusso di coscienza che si frantuma in un ragionamento faticoso per capire
qualcosa del mondo. Del Giudice quindi sceglie di non voltare le spalle al peso
della provincia antica, ma la prende di petto e si abbandona come tra le braccia
di una signora grassa che non è solo felliniana, ma anche campana.
Tutto questo, per me, ha a che fare con la mia vita di provincia e con il
rapporto che con Attilio ho avuto nella mia vita di provincia, quando solitario
e pieno di generico desiderio di espressione, quando insomma la mia sintassi e
la mia età assomigliavano per inadeguatezza al protagonista-narratore della Vita
incagliata, come si assomigliano tutti gli inadeguati ragazzini provinciali del
mondo, avevo come punto di riferimento una porta che assomigliava a tutte le
altre di un piccolo parco con villette a schiera. Fermavo il mio motorino lì
fuori e avevo sempre difficoltà a essere sicuro che quella fosse la porta
giusta, o forse quell’altra, fino a quando Attilio appariva su un’altra soglia
ancora. Andavamo su un divano e così ho passato alcuni pomeriggi della mia vita,
ad ascoltarlo molto e a parlare poco (e balbettando) di letteratura, arte,
cinema ma anche di donne e di ricordi. E poi uscivo che era buio, e sulla porta
Attilio parlava ancora, quasi impendendomi di andare via, e poi richiudeva e io
saltavo sul motorino e ogni volta mi sentivo come se mi avessero cambiato la
bombola del gas e potessi ricominciare ad andare avanti per qualche altro mese,
nel mondo scoraggiante dove stavo, pensando che quella mia generica volontà di
esprimermi non era astratta se c’era qualcuno che raccontava di averla avuta e
che la rendeva concreta attraverso le cose che faceva. Uscivo da casa di Attilio
e mi dicevo semplicemente: c’è qualcuno che è come te, quindi ce la puoi fare. E
questo nella mia vita è stato molto importante.
Il problema era, evidentemente, che la vita non si incagliasse definitivamente.
O, se si era già incagliata, come del resto mi sembrava, ci fosse la
possibilità, un giorno, che si sciogliesse. Per questo mi sento vicino al
protagonista di questo romanzo, che pure ha delle ragioni più grandi delle mie
per sperare in qualche scioglimento. Ma è così: il lettore partecipa di un
romanzo per un’adesione vaga, non precisa né proporzionata. E quando l’orrore è
morbido e vicinissimo, quando tocca la famiglia, gli amici, la maestra e la
strada dove si vive, quando è addolcito e nascosto dalla quotidianità, diventa
immediatamente il mio orrore personale, e io non sono più io ma il protagonista
de La vita incagliata. Una cosa semplice.
L'INCIPIT
"Da dieci giorni abbiamo una nuova maestra. La nuova
maestra parla tischitoschi, perché viene da una città dell'Alta Italia che si
chiama Forlì e tiene la faccia uguale uguale all'Arcangelo Gabriele che sta
pittato nella chiesa di Santa Rita, subito entrando a destra."
I RISCONTRI CRITICI
«La
vita incagliata» di Del Giudice
spietato, poetico ritratto di un mondo
Sguardi di bambino sul nulla degli adulti CORRIERE DEL MEZZOGIORNO DOMENICA 5 NOVEMBRE 2006
di FRANCESCO DURANTE
Con La vita incagliata (Leconte, 152
pagine, 15 euro; affettuosa postfazione
firmata da Francesco Piccolo), il casertano
Attilio Del Giudice ha composto secondo
me il migliore dei quattro romanzi
che ha sinora pubblicato. Ho usato deliberatamente
il verbo «comporre» — e
non «scrivere» — giacché mi pare di cogliere,
in questa breve e intensa, vivace e
mossa narrazione, un assai lodevole sforzo
di concentrazione, mi verrebbe quasi
da dire di rarefazione, che a partire dal
sorvegliatissimo uso
della lingua si estende
poi alla tessitura
propriamente narrativa,
che da quell’uso
sembra quasi farsi
strada come per un
esito naturale.
A differenza dei tre
romanzi precedenti
Morte di un carabiniere
(1998), Città amara
(2000) e Bloody muzzarè (2004), che
tutti insieme formano una trilogia cui
soltanto per semplificare potremmo allegare
l’etichetta «noir» (ma forse al primo
Del Giudice meglio si attaglia quella
più tradizionale di «poliziesco»), qui lo
scrittore procede a una riduzione dei
suoi materiali, a una scomposizione del
meccanismo, a una sua minimalizzazione
che si fa rapsodica e si costituisce in
brevi cellule narrative (quasi) indipendenti.
La scelta risulta particolarmente
opportuna dal momento che quella che
Del Giudice racconta non è una «storia»
compiuta, bensì l’obliquo apprendistato
alla vita di un ragazzino, Nino, che vive
nella campagna casertana e frequenta
la quinta elementare. Il libro, anzi, si
finge direttamente scritto da Nino, con
una scelta che gli sperimentatori francesi
del vecchio Oulipo avrebbero potuto
definire una contrainte, una specie di costrizione
o di regola che obbliga chi la assume
a conformarsi a tutta una serie di
accorgimenti i quali, al di là della pura
esigenza mimetica (di credibilità del personaggio
narrante), si costituisce in primo
luogo come il punto di partenza per
un tour de force del linguaggio che ha il
non piccolo merito di porre un argine a
certe ridondanze, a certi eccessi, a certi
facili effetti di cui molta letteratura iperrealistica
di ascendenza post-cannibalesco-
tarantiniana risciacquata nelle non
cristalline acque del golfo di Napoli è infarcita
ormai al limite della più stucchevole
sazietà.
Invece, per far parlare Nino, Del Giudice
deve compiere un misericordioso percorso
a ritroso — nella memoria, nella
sua sensibilità più profonda—e costruire
qualcosa di fresco, di non usurato. Il
suo patois, un felice impasto di italiano
regionale e dialetto, mi si è imposto come
una delle lingue più «naturali» che
mi sia capitato di leggere in questi ultimi
anni, e sono felice di additarlo a esempio
di probità e misura, oltre che per la
felicità di certe soluzioni (ne dico una
soltanto: la caratteristica declinazione
del passato remoto, per cui, ad esempio,
«Michele penzai»).
Vengo ora a dire che cosa ci racconta
Nino con questa sua bellissima voce
(questa è sempre la parte più ingrata
di una recensione). Nino dunque racconta
quello che vede intorno a sé: a casa,
dove una madre tenera e affettuosa
è confinata alla solitudine delle sue speranze
frustrate da un marito che è uomo di
rispetto, becero e arrogante e violento
— uno che al figlio non manca
mai di rivolgersi chiamandolo «strunzo";
a scuola, dove c’è una maestra che
sembra una fatina buona piovuta da un
favoloso altrove che si chiama Forlì;
per le strade, a giocare, a pedalare, a
correre, a scoprire tutto l’infinito mondo
che c’è da scoprire a quell’età, insieme ai
suoi coetanei presi da tutte le turbe
ormonali del caso.
Lo sguardo di Nino è insieme innocente
e impassibile. Sotto i suoi occhi cade
lo squallore quotidiano di una provincia
abbandonata e regolata da norme di
convivenza tribali, e il racconto che ne
viene è nient’altro che il veridico resoconto
di ciò che accade in «un paese che
se fai una cosa buona, nessuno se ne accorge;
ma appena appena sgarri lo sanno
tutti quanti».
Grava su questi luoghi, su questa specie
di Twin Peaks di Terra di Lavoro, il
sentore come di una maledizione popolata
di fantasmi, come quello di Nennella,
la sorellina che «murette che io ero
piccolo»: «Non si trovava più e, poi, dopo
un sacco di ricerche la pescarono nel
canalone, che dice che teneva la pancia
gonfiata come una zampogna». Del Giudice
è molto bravo nel dosaggio narrativo,
nel far sì che la tensione sottile che
dagli uomini si è trasferita allo stesso paesaggio
non venga mai meno, neanche
quando ciò che racconta, come succede
spesso, muove al sorriso. Così è anche
nel delicatissimo capitolo finale, il più incantato
e amaro di questa commovente
storia di una infanzia miracolosamente
in equilibrio sul nulla lasciato dai padri.
31/10/2006
IL MATTINO
FRANCESCO DE CORE
Infanzia negata e vita incagliata per il figlio della
camorra
La scelta di non voler più crescere come Oskar
del «Tamburo» di Grass
Quand’è che un’esistenza all’improvviso s’incaglia come può fare una
barca che resta senz’acqua attaccata alla terra? Quand’è che si resta
lì, come un urlo sospeso nell’aria ferma? A Nino glielo dicono proprio.
Nell’ultima scena c’è lui, il bambino, in preda al delirio, con la voce
del padre ucciso a pulsargli nelle tempie di un sogno andato a male; e
c’è un medico che dice alla madre: «La vita di questo ragazzo è a
rischio, una vita incagliata». Il ragazzo, Nino appunto, fa la quinta
elementare, muove i suoi passi brevi come una bolla di sapone in un
temporale, vive in un paese dell’entroterra casertano con i piedi ben
saldi in una storia arcaica, tirata su a miseria, sangue e sbuffi di
finta modernità. Nino racconta - con una lingua che è tutta un salto in
un dialetto che suona legnoso al pari di uno schiaffo - come quella
violenza invade anche le storie anonime. L’abilità di Attilio Del
Giudice, nel suo ultimo libro La vita incagliata (Leconte, pagg. 149,
euro 15, con postfazione di Francesco Piccolo), sta proprio nel
tracciare con la matita il cammino stringato di Nino, il suo perimetro
di bambino colpito a freddo dagli eccessi degli adulti, e qui più che
altrove dal cinismo del mondo che vuol fare di lui uno fra tanti, magari
saziato da pane e sopraffazione, cinismo e furbizia. Ma Nino è pur
sempre un bimbo, ha un piccolo orto da coltivare anche se la madre è una
vittima, il padre un camorrista che prova a travestirsi da persona
perbene, la maestra tischitoschi s’innamora di un altro e non di lui,
gli amici - e Michele più amico degli altri - crescono storti come
malapianta, e l’onorevole rappresenta scenari inquietanti ma ancora
incomprensibili agli occhi di un innocente. I giorni pulsano lenti; i
gesti sono incatenati a rituali definiti, e non c’è esotismo neppure
nella lingua che agita la pagina di Del Giudice (psicologo educato a
cinema, arte e Gadda), un impasto che prende forma in un pezzo di terra
che pare aver dimestichezza solo con il degrado e l’abbandono, lunghie
scie di una sola, immensa periferia ingrossata dai veleni. In questo
recinto, Nino sa di dover diventare adulto, ma è frenato dalla bruttezza
manifesta del (ri)creato; anzi, è come se volesse ribellarsi
all’ignominia dei grandi, ovvero alla rassegnazione patita (materna) e
alla violenza imposta (paterna). Ma, alla fine, il gesto estremo è
quello di non voler crescere, al modo di Oskar nel Tamburo di latta di
Grass. f.d.c.
STILOS (26 Settembre 2006) - IL
PRESEPE DI PLASTICA (Novembre 2006)
di
NICOLO' LA ROCCA
Nino
vive in provincia di Caserta, frequenta la quinta
elementare, ha una maestra che parla tischitoschi, un padre
camorrista, una madre ansiosa, una casa con un grande
terrazzo nel quale non c’è niente, soltanto un filo per il
bucato; proprio come il quotidiano di questo bambino, un
niente attraversato da un sottile ma duro filo di cose e di
persone, di pomeriggi trascorsi osservando i giocatori di
biliardo di un bar e fumando sigarette di nascosto. È una
vita incagliata, quella del protagonista del nuovo romanzo
di Attilio Del giudice, un’esistenza impantanata nella
provincia criminale, perché il crimine, in questo
dagherrotipo campano evocato dalla lingua sincera e
dialettale del bambino, non è altro che una delle tante
variabili della sua vita; sta dalla parte del padre, figura
di camorrista con le mani in pasta ovunque, sta nelle strade
periferiche del paese, affollate di prostitute e “ripulite”
quando deve arrivare in città un pezzo grosso della
politica, sta nelle facce cicciute dell’onorevole che va a
trovare il padre per degli accordi misteriosi. Questo mondo
feroce fatto di abusi, brutalità, sottomissioni e angherie
viene normalizzato dallo sguardo ingenuo del bambino: così,
grazie all’efficace artificio della regressione utilizzato
da Del Giudice, passano in rassegna davanti agli occhi del
lettore tutte le disumanità immaginabili nel microcosmo
della provincia campana, e questo narratore singolare ci fa
capire che la normalizzazione non è soltanto nella sua voce,
nel suo punto di vista, ma ovunque. Sintomatica, a tal
proposito, è l’entrata in scena di un politico: nel romanzo
è una figura sfocata e laterale. L’onorevole farà capolino
per scomparire subito. Sarà il padre di Nino, camorrista un
po’ guascone a pagare, a restare in primo piano. È un’opera
insolita e preziosa, La vita incagliata, è come un
libro mastro del mondo provinciale campano, non ingabbia il
fluire della realtà nelle convenzioni
incipit-sviluppo-finale. Gli ambienti, le microstorie, i
personaggi che ogni capitolo ci offre sono di pura
invenzione, ma restii a farsi domare dai ricettari più
recenti della fiction e della faction. Il protagonista del
romanzo, pagina dopo pagina, accumulando le sue giornate con
un taglio diaristico, ci offre il suo mondo lasciando che
sedimenti sulle pagine del libro. La vita incagliata di Nino
si deposita davanti al lettore e la sua voce disarmante,
curiosa ma docile, buffa ma triste, ne rivela tutto il
carico di dolore.
IL ROMA (CULTURA
- 13 Gennaio 2007)
LA VITA
INCAGLIATA E’ IL NUOVO ROMANZO DI ATTILIO DEL GIUDICE
LE
VICENDE AMARE DEL PICCOLO NINO
di
ROSARIA MORRA
Nino conosciuto in
provincia di Caserta come “”o figlio
‘e
Sigaretta”, è il piccolo protagonista
di
un disordine sociale. La sua famiglia
è
infatti composta da Alfò, l'irascibile padre
camorrista, e da Angelina, la buona mamma
che sopporta gli atteggiamenti del marito e
la
condizione di moglie di un criminale. Ma
c’è anche Nennella, la sorella maggiore di
Nino, tragicamente affogata nel fiume, il cui
ricordo è sempre vivo nel cuore della madre.
Questi i protagonisti di “La vita incagliata”,
quarta opera narrativa di Attilio Del Giudice
(nella foto), scrittore casertano, pubblicata
dalla capitolina Laconte. Il libro, presentato
al
Forum Fnac, nel cuore del Vomero,
ha
i «colori agrodolci del Meridione», come
spiega Carmine Aymone, giornalista intervenuto
per l’occasione. «Il registro adottato
-
dichiara Del Giudice - non è quello lirico
di
Di Giacomo, né quello espressivo di
Viviani, non è neanche quello piccolo borghese
di
Scarpetta e neppure quello canagliesco
tipico dei vicoli: è il dialetto povero
della provincia». Il carattere drammaturgico
rappresentato dai 52 capitoli-sequenza,
scritti nel “diario” di Nino (voce narrante del
romanzo), istantanee di una quotidiana sopravvivenza,
sorprendentemente vicine al
neorealismo Pasoliniano, si fonde con il carattere
squisitamente letterario, reso attraverso
l’accuratezza della scrittura, poiché rimane
intatta l'elaborazione letteraria dei
termini dialettali campani, qui trascritti con
le
giuste regole segniche dell’elisione. Le forme
espressive gergali (l’uso dell'erroneo ausiliare
“avere” ad esempio) risultano quindi
veraci e credibili. Nel complesso un italiano
artisticamente vicino a quello di Gadda
e
Camilleri. «Ho arbitrariamente deciso
di
non sottrarmi al codice deontologico di un
autore - afferma Del Giudice - ossia inverare
i
propri personaggi»; ecco quindi spiegato
come questo, seppur breve, spaccato di vita
così autenticamente ritragga la realtà. A
colpire la violenza che permea la vita di Nino:
quell’abuso che, a pagina 67, sconvolge
il
precario quanto delicato equilibrio in cui
(sopra) vive. “Incagliata”, fisicamente e moralmente,
l’anima di Nino ben si chiarisce
con la metafora del “fiore di loto” tanto bello
eppure circondato da lerciume. Tuttavia
il
tanfo non nausea l’innocente protagonista
a
cui però è bene non associare né una facile
retorica né una descrizione ordinaria
del disagio provato. La sua parlata spontanea,
che tanto ricorda gli studenti descritti
da
Marcello d’Orta, pone l’accento su episodi
ironici ma mai grotteschi. Mirabile la bravura
della penna di Del Giudice: «è stimolante
per uno scrittore scandagliare i propri
ricordi per riprodurre qualcosa che lui stesso
ha
provato»; credibilissimo nella regressione
alla mente di un bambino di dieci anni,
presa solo dal presente. Dopo alcune ottime
prove letterarie di genere poliziesco e
noir, arriva questo piccolo gioiello di 149 pagine
che ben si presta ad una lettura insolita
e
pregevole: la sua è pura invenzione che,
però, si fa denuncia dell'attuale situazione
sociale. E ai tanti Nino che oggi esistono l’appello
a
chiedere aiuto a chi non usa la violenza
ma
il dialogo.
Luigi
De Luca - Redazione Aphorism.it
(18-05-2006)
Attilio Del Giudice torna in libreria. Questa
è una bella notizia che apre la nostra recensione. Due anni dopo Bloody
Muzzare’, che ha chiuso la trilogia dei tutori dell’ordine De Grada e
Capece, arriva il nuovo lavoro ancora edito da Leconte. Una bella
edizione, curata, con 149 pagine ricche di vicende raccontate in
capitoli brevi e densi. La struttura narrativa pare smembrarsi
dall’insieme, vuole dilaniarsi, per raccontarci quanto più possibile la
vita del protagonista, in tutti i suoi aspetti. Ed è un piacere trovare
Del Giudice ancora impegnato a giocare con l’italiano, questa volta in
maniera ancora più profonda: lascia che a “scrivere” la vicenda sia il
protagonista, Nino, un bambino di quinta elementare che si racconta come
se componesse il suo diario segreto. Gli occhi di questo bambino, e il
suo cuore, ci porteranno nella provincia campana, un territorio che
spesso sanguina e che il nostro Attilio conosce bene. Nino intinge la
penna in un italiano incerto, ricco di elementi presi in prestito dal
dialetto, co-protagonista assoluto delle vicende narrate. Così, tra
violenza ordinaria, squallore, prepotenza e codici d’onore della
malavita organizzata, un bambino si muove a metà strada tra i suoi
coetanei e il mondo degli adulti. Tra l’innocenza genuina e un po’
smaliziata di chi è costretto a crescere in fretta, e le perversioni dei
grandi, sempre alla ricerca egoistica di soldi, piacere e potere. Nino
sembra non capire la sfida che l’attende: dovrà scegliere, un domani, se
ereditare l’esperienza e la fama del padre padrone o prendere la sua
strada fatta di sogni e dolcezza. Quella tracciata dalle due dolci
figure femminili di cui è perdutamente innamorato: la mamma e la
maestra. Noi tifiamo per Nino, perché è buono, perché rappresenta una
speranza per tutti, perché solo nell’ultimo capitolo Del Giudice ci fa
capire cosa significa “la vita incagliata”, lasciandoci a bocca aperta.
E allora sì, non ci resta che sperare…
Il Paradiso Degli Orchi
(Rivista di Letteratura Contemporanea)
Recensione di Marco Lanzol
La vita incagliata
Leconte, Pag.149 Euro 15,00
Fotografia
(Tano D’Amico?). Bambini di Palermo che giocano al “morto ammazzato” - stesi
sull’asfalto del cortile, col gesso si fanno disegnare intorno la sagoma del
proprio corpo, come si vede nei rilievi eseguiti dalla polizia per stabilire la
posizione dei cadaveri.
Notizia. Non gran tempo addietro, si seppe di un tredicenne di Scampìa (non un
chierichetto: stava facendo una rapina) ucciso da un agente dell’ordine. Poco
dopo, in rassegna stampa, un articolo (prima pagina, una colonna di spalla) su
un quotidiano padano s’intitolava: ”Adesso non si può più neanche uccidere un
baby-delinquente!” Perché esistono i “bambini” - teneri, dolci, minacciati: un
incrocio tra profiteroles e
panda, insomma - e i “baby delinquenti”. Che sono un’altra cosa. Una cosa che si
può anche ammazzare.
Benvenuti dunque i libri come questo di cui parlerò. Perché poco può fare un
libro, ma almeno cerca di restituire umanità a chi se la vede tolta dal mondo (e
dalle signore Babebibobù della stampa ”libera”). Perché propone, com’è debito
pagare dalla letteratura, una vita in una studiata lingua che le si attagli
(quando ci riesce), dunque rendendola forma (cioè limite, confine, contorno).
Perché, ad onta del fatto che di certe storie sembra tutti sappiano tutto,
bisogna raccontarle ancora e ancora, sicché ogni particolare si delinei in
pieno, dato che può essere usato da qualcuno per mentire, cioè per deformare il
complesso (direbbero i chimici) di vita e lingua, ovvero di senso e significato.
Per quest’ultima, trattando di Sud camorrista, il mazzo di carte che l’Autore
rimescola è completo: c’è la ferocia ininterrotta dei criminali, che domina ogni
aspetto della propria vita e dei rapporti con gli altri, fossero anche i
famigliari (la moglie sgrommata di sangue a ogni occasione: il figlio “imparato”
a sparare, unico momento, assieme all’uso del rasoio per la barba e “per qualche
altra operazioncella” (p. 102), d’intimità); l’ipocrita collusione dei
manutengoli politicanti, ricattatori protervi e insaziabili, sazi solo
d’impunità; la donna, come l’uomo, chiusi in ruoli intrasgressibili, ben più
incamicianti del burqa - ogni
maschio ladro e molestatore, ogni donna moglie o zoccola; la viltà e più ancora
l’annullarsi - cementati da secoli di sciagurata oppressione - delle povere
pecore che devono vivere in mezzo ai lupi, che belano dinanzi alle loro zampe,
incapaci persino di lamentarsi quando sono dal barbiere; lo sfruttamento del
lavoro - con la sopravvivenza dei caporali a stravincere sugli uffici di
collocazione - i cui frutti vengono taglieggiati se non depredati fino
all’ultimo soldo; uno Stato colabrodo, che offre solo pomposi e inutili discorsi
nelle scuole da parte di maestri e “psicòli” (psicologi), burocratici
scaricabarile tra gli uffici ripittati d’un europeismo ridicolo, squallidi
ospedali dove il sudiciume dei luoghi suggerisce l’incancrenirsi della
malasanità - uno Stato per cui l’unica tiepida efficienza é nel reprimere
poliziottesco, ma incapace di far volare altro che stracci (prostitute africane,
pastori slavi).
Però, fra coteste carte nere, ecco la matta dorata: Nino, che frequenta l’ultima
classe elementare, e che è, lui figlio d’un lupo camorrista, agnello sognatore -
pure se contaminato (l’ambiente non determina ma fa capitare): fa commissioni
per il padre, e temendolo lo ammira (p. 101). Essì: Nino è buono, tant’è che
spesso e volentieri il padre lo qualifica di “strunzo” - e anche Michele,
coetaneo e amico, ogni tanto ha dei dubbi su di lui, sicché gli dà del
“filosofo”. (p. 121) Ma l’incertezza non coinvolge la sfera sessuale: i due
porceddùzzi si ammazzano di pippe sulle riviste porno, e sui rotocalchi dove
quelle “della televisione” stanno “tutte con le zizze da fuori che fanno
arrapa’” (p. 102); s’inguattano per vedere le ragazzette nude e le monte delle
puttane nere come le bufale da latte; e svicolano dalle avances di un ricco
pedofilo che vorrebbe conquistarli per pochi soldi - i due furbacchioni
fregandogli perdipiù un costoso zìppo. Ma in tale canaglieria, Nino distingue
un’emotività più profonda, quella per la maestra bona e dalla parlata
“tìschitòschi”, ovvero settentrionale - che, pur manifestandogli un affetto
manierato e zuccheroso, predilige un allievo più grande.
Bene: in questo Cuore
di tutti Franti sorge questo disincantato e spaurito Muratorino a fare da
controcanto, col grave compito di passare integro fra i rulli d’acciaio
dell’ambiente-laminatoio in cui si ritrova a vivere. Ci riesce - riesce a
disincagliarsi, a uscire dalla morta gora delle vite a rischio, in cui si viene
uccisi ragazzini col plauso delle biondone nordiste? L’Autore non lo dice: dà
per sicura la fine per ammazzamento del padre, ma di Nino lascia il dubbio che
sopravviva all’agguato, a voler sottolineare come in Italia (non nel Ruanda, o
nella Columbia de La vergine dei
sicari) ci siano posti dov’è chiesto di morire per vivere.
Parlando ora della forma che realizza la materia lucidamente oscura, l’Autore
assume il suo eroe come antagonista e narratore, e l’offre al Lettore in una
lingua ambigua, né italiana né napoletana, ma napoletanesca (il dialetto si cala
nella lingua non per contaminarla, ma come vaccino che ne suscita anticorpi e la
fortifica - anche se c’è sempre il rischio dell’adulterazione glocalistica alla
Marcello D’Orta), che rende visibile nella sua doppiezza il conflitto tra il
mondo ferino ma reale dei rei, e l’iperuranio istituzionale delle “parole
giuste”, quelle (ben settantamila!) che stanno nel vocabolario d’italiano che
mamma Lupa compra al suo lupacchiotto, perché ci tiene che suo figlio “s’impara”
- ansiosa d’una normalità che lui si sforza di raggiungere, tanto da discutere
(analitico) con Michele dei motivi che fanno una parola “giusta” o “sbagliata”.
Quello, pragmatico, gli ricorda che sono decisioni da “scienziati” - ne abbiamo
fatto conoscenza, nel testo, sotto le spoglie dei “pisicoli” (psicologi).
Sottintendendo: la partita l’abbiamo persa, diversi ci giudicheranno, sui loro
metri un poco artefatti risulteremo sempre fuori misura, sempre vinti. Sempre
figurine o di presepe o di teatro crudele, (in)espresse dalle “meglio parole”,
quelle “che non si dicono”. (p. 87) Parole di realtà, segni su segni come corpi
su corpi. Come il segno di gesso - a contorno del corpo - su una strada.
Marco Lanzòl
IDEALIA (LETTERE CIRCOLANTI)
di SERGIO SOZI
Modeste glosse a La
vita incagliata di Attilio del Giudice (Leconte, Roma 2006)
Di questi tempi, leggere la nuova narrativa italiana
è come fare una scelta di campo, soprattutto dal punto di vista linguistico: o
con l'abusato, sciatto, impersonale italiano medio di molti, o nelle intricate
vie lessicali dei realisti – o di chi al realismo s'ispira in un modo o
nell'altro. Pochi autori stanno fuori da questi due schieramenti o dimostrano
acume interpretativo, pur restando nei ''correntoni'' attuali.
Dunque, sarà perché il sottoscritto (almeno come
narratore) non riesce a soggiacere a questa banale miseria generalizzata; sarà
per via di una simpatia istintiva che queste pagine inducono in me; o forse sarà
a causa della mia convinzione secondo cui ogni opera contemporanea debba esser
vagliata alla luce della Storia Letteraria italiana. Ne sia quel che ne sia il
motivo di fondo, credo di non dire una sciocchezza a cuor leggero se ora
dichiarerò la riuscita operazione drammaturgico-letteraria consistente nella
quarta opera narrativa di Attilio Del Giudice, scrittore casertano prima in
forza alla casa editrice romana minimum fax e ora pubblicato dalla, sempre
capitolina, Leconte. E come mai rappresenterebbe un'operazione
drammaturgico-letteraria, questo La vita incagliata, uscito pochi mesi fa?
Diversi sono i motivi per vederlo cosí: l'aspetto drammaturgico sono i
capitoli-sequenza, scritti nel proprio diario dalla voce narrante, il bambino
campano Nino: dei quadretti di quotidiana sopravvivenza che tanto ci rimandano
visivamente al neorealismo di Pasolini. L'aspetto strettamente letterario è
l'accuratezza della scrittura, poiché resta chiara l'elaborazione letteraria dei
termini dialettali campani, trascritti con le giuste regole segniche
dell'elisione eccetera. Le forme espressive dialettali (largo uso dell'erroneo
ausiliare ''avere'', del pronome personale ''ci'' per ''gli'', ecc.) sono veraci
e credibili. Nel complesso ne risulta un italiano esteticamente vicino a quello
di Gadda e Camilleri – mutatis mutandis naturalmente.
Ma il vero lato interessante di questa
tristissima e commovente storia risiede nella violenza della quale è intrisa la
vita di Nino, nove anni d'età (un bambino che sarebbe l'alter ego di
Giamburrasca - tanto egli resta scanzonato e puro - se non gli fosse toccata la
malaugurata sorte di aver un padre brutale e delinquente in un'Italia del Sud
tremendamente novimillenaria): la violenza e le connesse perversioni qui
divengono quasi una pagana accettazione della bruttura moderna, quasi come se
l'incontro con uno schifoso riccone pedofilo (Al Mitreo, p. 67) fosse la
rievocazione di un rito, appunto, concernente il dio Mitra. Il fondamentale
particolare che, però, priva di fascino mitico la violenza serpeggiante in primo
piano nel corpo di questi racconti, sta nella deficiente intelligenza del mondo
in cui Nino, anima candidissima, nuota senza provarne disgusto: una provincia
ottusamente autoreferenziale (direi autistica), depressa e affamata di
spersonalizzazione e denaro, una provincia che non vede l'ora di dimenticare
qualsiasi propria origine antica per buttarsi anima e corpo nella pomposa
straniazione filo-americana. Niente di diverso rispetto alla provincia lombarda,
umbra o sarda, dopotutto. Dunque niente di nuovo rispetto all'Italia
post-bellica: violenza, sradicamento e solitudine di massa.
Dunque, in questo
senso, La vita incagliata non straborda, per fortuna sua, nel mero ritratto
della decadenza, processo spirituale e storico che purtroppo vediamo anche senza
andarci a leggere dei libri che lo descrivano; appunto, il neorealismo che ne
costituisce le fondamenta evita di cadere nella trappola dell'esagerazione e
dell'iperbole ma ricorre piuttosto (secondo me salvificamente) alla letteraria
tenerezza, alla poetica dolcezza con le quali Nino acquisisce il suo vero volto
spirituale: quello, all'apparenza neutro come un foglio di carta bianco, che ci
offre la soluzione per i mali italiani profondi e piú labirintici: resistere
dentro, solo dentro di noi – nel limbo della nostra complessa, atavica
semplicità – a questa brutale privazione del vissuto collettivo che ci costringe
a rinunciare alla cura dell'infanzia (soprattutto a quella che abbiamo sempre
viva nel cuore) in favore di una stonata idea della vita adulta.
E un indiretto
manifesto della malsana crescita (degli altri, di molti altri italiani), questo
romanzo-centonovelle dipinge, a veder bene, per mezzo della buona crescita che
(alla faccia delle circostanze aberranti) il nostro Nino forse avrà. Anzi che
sicuramente avrà, sempre che riesca a sopravvivere al padre insanus senex da cui
è maltrattato e agli altri stolti. Molto plausibilmente noi tutti, gli adulti.
Adulti solo nell'egoismo e nell'inciviltà.
Sergio Sozi
dal BLOG
de IL MESTIERE DI SCRIVERE
di
LUISA CARRADA
Delle
parole e delle immagini di
Attilio Del Giudice ho già parlato qualche tempo fa sul MdS. E il link
al suo sito è tra gli Amici nell'indice di destra di questo blog.
Le sue espressioni verbali e visive sembrano ritagliate sul nostro stile
di vita, fatto di ritmi vorticosi che spesso ci vogliono privare del
piacere della lettura lenta e lunga.
Attilio - a dire il vero - è un tipo pacato e tranquillo, scrive testi
intensi e brevi e dipinge al pc piccoli quadri che fanno immaginare
intere storie. Concentrati di parole e di colori che ti colpiscono in
pochi secondi, entrano in te velocemente, anche se poi ci restano a
lungo. Espressioni per tempi veloci, a misura di schermo di computer.
Anche i suoi romanzi hanno capitoli brevissimi. Nell'ultimo,
La vita incagliata (Leconte, 15 euro), sono
i momenti, gli sguardi e i pensieri di un ragazzino (dieci anni o poco più), casertano e figlio di un camorrista. A
raccontarli dall'interno è Ninuccio stesso, con il suo linguaggio che
mescola il dialetto, l'italiano della scuola, le male parole orecchiate
dai grandi.
Ninuccio - che sembra crescere insieme alle pagine del libro - è un
candido, innamorato della sua maestra e ancora sensibile e incorrotto
pur a contatto quotidiano con una violenza primitiva.
Una storia a episodi, non sequenziali e non concatenati. Nessuno
raggiunge le due pagine. Squarci di vita meridionale, tinti di rosso e
traboccanti di sentimenti forti, con la morte che si affaccia ad ogni
angolo.
Tra i personaggi spicca Angelina, la mamma di Nino, che
compra ogni giorno un mazzo di rose per la figlioletta annegata anni
prima e soffre con grande dignità le umiliazioni e le “sgummate” del
disgraziato marito. Un’anima pura.
Nino la adora e noi, dopo un paio d’ore di lettura adoriamo lui, il suo
candore struggente, senza sapere come finirà la sua vita incagliata. Non
importa. E’ la storia di tanti ragazzi del Sud, raccontata nel momento
in cui gli esiti possibili sono infiniti.
Sepanet -
Cultura & Spettacolo Libri
Recensione
del libro "La vita incagliata" di Attilio Del Giudice
Titolo: La vita incagliata Autore: Attilio Del Giudice Editore: Leconte Pagine: 149 Prezzo: Euro 15,00
Nino è figlio di un camorrista.
Nel suo paese in provincia di Caserta i più lo conoscono come
"o' figlio e' Sigaretta". Altri, invece, come la madre, la
maestra, l'amico Michele, sanno bene che Nino, nonostante il
difficile contesto in cui vive, è un ragazzo dall'eccezionale
sensibilità. Una vera e propria rosa fiorita nel cemento. Attilio Del Giudice lascia la
penna proprio a Nino, che con il suo italiano incerto,
contaminato da strafalcioni e da inflessioni dialettali, ma con
intima e profonda sincerità, scrive il suo diario, fatto di
aneddoti, pensieri, sentimenti. Tra violenza, prepotenza,
criminalità, degrado morale e culturale, la purezza di questo
ragazzo, la sua bontà d'animo, la sua dolcezza, sono la speranza
di un futuro migliore, quel barlume di probabilità che questa
vita incagliata e tutte le vite che Nino simboleggia, si possano
finalmente sciogliere, sbrogliare, liberare del giogo in cui
sono, loro malgrado, nate e cresciute. Il libro di Attilio Del Giudice,
organizzato in brevi racconti di vita vissuta, mette in risalto
la geniale abilità dell'autore a giocare con le parole, con la
sintassi, con la lingua italiana, contaminandola così bene con
il dialetto di Nino e le sue sgrammaticature, ma non solo: Del
Giudice è straordinariamente bravo nel guardare il mondo con gli
occhi disincantati del bambino innamorato della maestra e della
mamma, che il padre (quando non lo chiama "strunzo") usa come
corriere per la consegna di misteriosi pacchetti e che deve
continuamente lottare per non far contaminare la sua purezza con
lo squallore del mondo che lo circonda.
Novembre 2006 "La
vita incagliata", romanzo di Attilio Del Giudice (Leconte,
2006).
RECENZIONE
di IVANO STELLUTO
“In piazza c’è stata una sparatoria, come nei cinema di sceriffi
e la televisione ha parlato un sacco di questo fatto, che c’è
stato una vittima innocente e questa vittima innocente era
Rituccia”.Sembrano righe prese dalle cronache degli ultimi
giorni, tra le strade di Napoli, arterie che tornano a parlare,
troppo puntualmente e troppo ciclicamente, la lingua del sangue,
in questa città dove scorrono lacrime che tingono di noir la
quotidianità.Fino alla vita. Che è troppo spesso sofferta,
stretta, repressa.“La vita incagliata”, romanzo del casertano
Del Giudice, è esplorare la vita della manovalanza, è scendere
fino nei sobborghi dei sentimenti delle famiglie in odore di
criminalità, è toccare le periferie e i centri dei rapporti tra
affiliati; il lavoro di Del Giudice è riconoscere il camorrista
come persona, è scandagliare i centri nevralgici della sua
esistenza, di figli e mogli.Il compito più ostico è capire dove
inizi e dove finisca la normalità.Nino, protagonista del
romanzo, è figlio di Don Alfonso, genitore in odore di camorra,
ma ragazzo come tanti, “normale” appunto: frequenta la scuola,
passa i pomeriggi con Michele, il suo migliore amico, si
invaghisce dell’insegnante venuta dal nord fino a confessare
“io, quando mi faccio grande, mi voglio sposare alla maestra,
che parla tischitoschi”; è, questa, la lingua settentrionale,
idioma altro dal dialetto di Nino.La lingua del nord e del sud,
e poi il vocabolario di Don Alfonso, dell’Onorevole e del
Ragionieri: forse è qui che si pone una barriera, che si
intravede un muro a spezzare i rapporti tra molteplici normali:
nel linguaggio, in quella forma esclusiva di rapporti che pesca
i propri termini dai codici del rispetto e dell’onore: “a
disposizione”, “state tranquillo”, “una buona parola”.C’è come
un’efficienza, nel muoversi di questi personaggi, che sembrano
tenere in pugno le redini e i destini del mondo; figure e figuri
che hanno in scacco anche le lingue e i pensieri di chi li
circonda, vittime predestinate di un potere patriarcale secondo
il quale le parole non dette, probabilmente, sono le migliori.È
qui, non altrove, che si cementa il rapporto tra Nino e sua
madre: affetto, solidarietà, e le rose per Nennella, povera
bambina andata via troppo in fretta per accendere un pensiero su
questo mondo tornato a tingersi, ancora, di rosso sangue. (Ivano Stelluto)
Nino è il piccolo e scanzonato epicentro di un terremoto
sociale. La sua famiglia, infatti, è composta da Alfo',
l'irascibile padre camorrista, e da Angelina, la buona mamma che
sopporta gli umori del marito e il pesante fardello di moglie di
un criminale. Nella famiglia è inoltre presente il ricordo di
Nennella, sorella maggiore di Nino, tragicamente affogata nel
fiume ma mai dimenticata dal cuore di sua madre.
Questi i protagonisti de La vita
incagliata di Attilio Del
Giudice.
Per Nino è del tutto normale convivere con il pesante ruolo del
padre, ruolo misterioso ed enigmatico ai suoi occhi di bambino.
Attraverso le preoccupazioni e gli ammonimenti di mamma a non
imitarlo, Nino sa che il lavoro del padre non è pulito ma, allo
stesso tempo, si accorge di quella sacralità che il genitore
diffonde o incute sugli altri.
Sono molte le persone che si recano in pellegrinaggio in casa di
Nino per chiedere favori a Don Alfo': l'Onorevole e l'Avvocato
sono due ottimi esempi. Agli occhi del bambino, i due sono
identificati dal loro ruolo sociale: non hanno nome né cognome -
o forse sono attenti a non farlo pronunciare - ma sono amici di
papà.
Parallelamente a quella del padre, scorre la sua giovane vita:
Nino è un bambino normale che ama combinare guai in compagnia
del suo amico Michele. Le sue giornate passano tra i compiti di
scuola, l'innamoramento per la nuova maestra e i primi giocosi
approcci con il sesso.
Eppure ci sono alcune dissonanze in tutta questa normalità: ad
esempio, una bambina della quale Nino si infatua muore in un
regolamento di conti fra clan. La mente di Nino elabora il
fatto, lo ricorda spesso ma reagisce con la stessa rapidità che
ha nell'accettare una mancia dall'Avvocato, ringraziamento per
aver consegnato con puntualità un misterioso pacchetto
proveniente da Don Alfo'.
Nino non si sofferma ad analizzare il ruolo del padre perché un
bambino non sta a rimuginare sulle abitudini di una famiglia,
della sua famiglia.
La sua è una vita incagliata tra la legalità predicata e
raccomandata dalla mamma e il crimine rappresentato dal padre.
Ad una più attenta lettura, però, sarà chiaro che Nino è
compresso tra due ostacoli ben più grandi dei ruoli dei
genitori: solo allora la struttura del romanzo sarà
comprensibile. Pur avendone alcune caratteristiche, infatti, la
storia di Nino non è un diario personale ma sarà Nino stesso a
lasciar intendere quale sia la ragione di un simile titolo.
La veracità del dialetto nel quale il protagonista si esprime è
un ottimo strumento per catturare l'attenzione di chi si immerge
nella storia: la comprensione dei termini è la chiave per
conoscere Nino e il suo mondo in cui l'abuso è legge. Nino però
non permette una facile retorica né una descrizione banale del
disagio: la sua parlata genuina, che ricorda Gadda e gli
studenti descritti da Marcello d'Orta, dipinge episodi ironici
ma non grotteschi.
E' notevole l'abilità della penna di Attilio Del Giudice,
credibilissimo nella regressione alla mente di un bambino di
dieci anni, la cui vita è preoccupata solo del presente.
Dopo alcune ottime prove letterarie di genere poliziesco e noir,
il romanzo di Del Giudice è un'opera insolita e pregevole: la
sua è pura invenzione che, però, si fa denuncia di una realtà
probabile nell'attuale situazione sociale.
Più di ogni spiegazione, infine, vale la postfazione di
Francesco Piccolo: come Del Giudice, è anch'egli un instancabile
lottatore contro le prevaricazioni e gli abusi. Sono queste
ingiustizie ad incagliare la vita di chi, come Nino, avrebbe la
speranza di crescere nella legalità e nel rispetto di sani
valori. Se non fosse, purtroppo, per il volere di pochi.
Titolo: La vita incagliata
Autore: Attilio Del Giudice
Prezzo: 15 euro
149 pagine
Editore: Leconte
LE PRESENTAZIONI
ROMA VIA
DEI FIENAROLI,28
BIBLI
Mercoledì
31 Maggio, ore 21,00
Libri Presentazione del libro "La vita
incagliata" di Attilio Del Giudice, Leconte
Editore.
Intervengono Francesco Piccolo e Antonio Pascale.
Nino vive in campagna nel Casertano, fa la quinta elementare. E'
lui a raccontare la sua passione per la maestra scesa da Forlì,
i suoi rapporti con la madre premurosa e il padre camorrista, la
sua amicizia con Michele. Ecco il suo mondo, inquinato dal
sopruso e scandito da un linguaggio che mostra rispetto per la
realtà orale di questa porzione di sud. Un linguaggio che in
qualche modo nazionalizza il dialetto per approdare a un
italiano deformato, spesso esilarante, di certo evocativo quanto
il peso di uno sguardo o il colore della terra macchiata dal
sangue. Un autentico idioma d'agilità gaddiana, capace di fare
delle
storie di Nino una struggente metafora della solitudine
meridionale.
Attilio Del Giudice, casertano, è tra i protagonisti dei gruppi
d'avanguardia campani negli anni '70 e '80. Dopo i racconti di
Storie terrestri e non ed Eventi precipitati, approda al romanzo
Morte di un carabiniere (1998) e Città amara (2000), pubblicati
entrambi da Minimum Fax, sono i primi due volumi della trilogia
che si chiude con Bloody muzzare (Leconte 2004). Suoi scritti
sono apparsi nell'antologia Pomeriggio/Afternoon (Leconte 2001),
su Storie, Aphorism e nel sito
www.attiliodelgiudice.com