note autore

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Note sull’autore

Attilio Del Giudice, casertano, tra i protagonisti dei gruppi d’avanguardia nella ricerca visiva operanti in Campania negli anni Settanta e Ottanta, dopo una appassionata vicenda di filmaker e pittore, e dopo i racconti di Eventi precipitati (1992), approda al romanzo con Morte di un carabiniere.   

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   Morte di un carabiniere

Edizioni: Minimum Fax - Collana: SOTTERRANEI          

I edizione: gennaio 1998 - II edizione: aprile 1998

Finalista PREMIO F. FEDELI - LETTERATURA (Il miglior romanzo poliziesco edito nel 1998).

 

"Nella psicologia c'è sempre qualcos'altro e qualcosa di più che la psicologia. E così anche nella figura sociale c'è qualcos'altro e qualcosa di più della figura sociale". (Pier Paolo Pasolini  - PETROLIO-Appunto 31)

 

"E’ un’estate afosa, fa un caldo che ammoscia pure le mosche, e in un desolato paesino del Sud viene ritrovato il cadavere di un carabiniere: ‘nu piezz’ ‘e guaglione, bello come un adone. E’ stato assassinato , e c’è da trovare il colpevole. Al commissario De Grada, della Polizia e al brigadiere Capece, dei Carabinieri (azione coordinata…idea partorita in alto loco…) vengono affidate le indagini. I due, ognuno per suo conto, arrivano vicino alla verità, ma…

State per leggere un libro che è un’intelligente e divertente parodia del genere giallo, e allo stesso tempo un giallo vero: un pastiche che conserva il senso di indignazione civile di Sciascia e le contaminazioni di Gadda. Un libro che ci parla del Sud, ma affonda le mani nella tradizione narrativa, cinematografica e - per cadenza ritmica - musicale del nostro intero paese.

 

L’Incipit

"Con quella calura che ammosciava pure le mosche, frequentatrici del trilocale sito in Via Cavour 18 (sede distaccata e provvisoria della tenenza del Corpo dei Carabinieri di X), la quattordicesima del 2 agosto non aveva l’aria di essere una di quelle fatali, quanto, piuttosto, una delle tante gregarie e portatrici d’acqua all’eternità; in ogni caso, inadatta a qualsivoglia pragma, foss’anche quello solerte e suffragato da istitutivi giuramenti dell’Arma Fedele.

N’oretta bbona per la pennichella post pranthium…"

 

La critica

"Il giallo afoso si snoda in un’Italia malata, tra sapienti ricostruzioni ambientali, ritratti coloriti (e spesso umoristici), pastifici e prostitute, sognanti lirismi e cadenze inconfondibilmente meridionali… Un intrigo appassionante, scritto in una prosa ironicamente aulica…" (Filippo La Porta - La Repubblica - Musica)

"…da leggere, anche, perché, non di solo ‘genere’ si tratta, ma di scrittura che entra negli stilemi del poliziesco, per rivisitarli alla luce di una giustizia impossibile e probabilmente inutile, e per restituirci una provincia immobile, ma tutta orecchie, raccontata in una lingua in cui formule burocratiche, dialetto e dialoghi di straordinario sapore si legano, si sovrappongono e seguono un ritmo discordante ma preciso, quello della vita vera, riveduta e corretta da mano e orecchio di scrittore…" (Francesca Lazzarato - Il Manifesto)

"L’autore ha un recente passato di estroso filmaker e di pittore, da cui la capacità di evocare luoghi, situazioni e personaggi in una sorta di montaggio visivo, a volte molto cinematografico. Insomma da leggere tutto d’un fiato, proiettandolo, a mo’ di film, sullo schermo del proprio immaginario. Comunque da segnalare a qualche regista ‘in gamba’…" (Nino Ferrero - Il Salvagente)

"La struttura del romanzo è quella classica del thriller, in cui c’è da scoprire autore e movente di un delitto, ma Del Giudice gioca con l’ironia e con il ritmo veloce che muove il filo narrativo, scardinando in qualche punto le regole di genere… La forma espressiva rivela il sapiente uso di un impasto linguistico che utilizza voci gergali e riferimenti alti, citazioni straniere ‘addomesticate’, con ammiccamenti all’insuperata maestria del Pasticciaccio di Gadda." (Mirella Armiero - Corriere del Mezzogiorno)

"Il romanzo si presenta come un giallo, ma più che un giallo è nu fatto spuorco, come conclude nel finale il brigadiere Capece. E’ la storia atavica di un malessere meridionale, il malessere della provincia del Sud, dove il mistero è destinato a restare irrisolto… Una calma profonda e dilatata, mista a una vitalità che insorge a sprazzi, quasi un istinto di sopravvivenza." (Giovanni Fiorentino - Il Mattino)

"E’ intorno all’amaro nocciolo di una humanitas perduta, che oscilla il pendolo stilistico di Del Giudice… Ma le pagine più belle sono quelle in cui l’autore, venuto si direbbe a patti con sé stesso, indugia in flashback di pensose immagini: di immagini, appunto, che fanno pensare, che divengono simboli di una condizione umana e delle sue esigenze. Si veda il capitolo esemplare sulla figura del poeta Paolo Guidi, ambientato nella campagna di Todi: l’incontro del commissario colto e del poeta, in quella che dovrebbe essere una perquisizione, si risolve in un’amicizia, basata sulla consapevolezza della forza civile della poesia." (Giuliano Sozi - La Squilla)

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 Città Amara   

 

CITTA’ AMARA ed. Minimum Fax  Maggio 2000 Collana: Nichel 2  

Finalista al "Premio Giorgio Scerbanenco Noir in festival Courmayeur 2000". Città Amara ha avuto il maggior numero di preferenze nella votazione dei lettori.

 

La insospettata ferocia delle cose… le si rivelava d’un subito… brevi anni!

( Dal Pasticciaccio di Gadda ).

Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa.Questa gente divisa.Questa storia sospesa.

( Da Disamistade di De André e Fossati ).

 

L'Incipit

Chissà perché gli piaceva la parola "ossimoro". Gli era capitata sulla punta della lingua, una volta, leggendo il giornale, e fu amore a prima vista.

Dapprincipio, pensò che designasse un osso di colore scuro, un osso speciale, magari da far gola, come l’ossobuco; ma quando andò a consultare il G. Devoto e G.C. Oli (centoventimila, in dieci rate mensili), due volumacci, che troneggiavano nella cristalliera, tra sei tazzine di porcellana cinese e otto bicchierini per il rosolio (quanti ne erano rimasti del servizio da dodici), e lesse: "S. m. Figura retorica consistente nell’accostare, nella medesima locuzione, parole che esprimono concetti contrari", il brigadiere Vincenzo Capece capì e non capì, ma, senza esitazione, l’assunse quale parola chiave e interpretativa di uomini e cose e, talvolta, dell’intero sistema planetario."E’ tutto un ossimoro, è tutto un ossimoro!" soleva dire.

Tra sé e sé, però. Perché, all’esterno, era meglio andarci cauti. Non che non gli piacesse far bella figura, lui che veniva dalla gavetta e aveva fatto le scuole serali, ma, un giorno, che il questore, democraticamente (i carabinieri avevano collaborato), lo aveva invitato a esprimere un parere su un imbroglietto ben congegnato, da parte di due bellimbusti di assessori, in combutta con un amministrativo di ottavo livello, tutti e tre preposti alla salvaguardia del pubblico bene, e lui l’aveva sfoderato, sicuro di far colpo, s’era dovuto sorbire l’incazzatura del questore. "Ma che ossimoro e ossimoro! Capè, qua si tratta di peculato bello e buono, con aggravanti. 314 e 360 Codice Penale."

Fu uno scossone, come se l’avessero schiodato da una sua poltroncina sulla torre eburnea della filosofia e ricondotto agli inderogabili doveri di brigadiere dell’Arma.

Con l’avvocato Morra, quando in Centrale si commentò la relazione di Lellino Cacciapuoti con la vedova Solimene, fu, invece, tutt’altra musica. L’avvocato Egidio Morra, con una carriera costellata da memorabili arringhe, aveva detto: "Quanto si perpetra ai danni della vedova Solimene è una feroce, dolce, violenza". Per don Vincenzino era una buona occasione e si buttò: "Un ossimoro"- disse.

L’avvocato lo guardò un po’ sorpreso. "Si, avete ragione, proprio così! Un ossimoro. Mi compiaccio."

A Capece brillarono gli occhi, come a uno che avesse superato un difficile esame, dopo una precedente bocciatura.

 

 

La Critica

"… ma l’autore dà il meglio di sé nelle pause, nelle digressioni e in fondo l’enigma dell’omicidio del professor Mezzacapo che non verrà sciolto interamente, risulta abbastanza pretestuoso. Dietro uno stile letterario educato, affabile, a Del Giudice preme soprattutto trasmetterci un lieve disagio, il senso di un dubbio o anche una nostalgia di felicità possibile, sapendo che si tratta di scelta precaria, incerta, sempre rischiosa."

La Repubblica (Musica) – Filippo La Porta

 

"… quanto allo snobismo, esso si salda assai bene alla vena ironica e comico-grottesca che pervade tutto il romanzo, spesso giocata su situazioni paradossali. Ma il pregio maggiore del libro, è bene ripeterlo, risiede senz’altro nella lingua, capace di svariare dall’alto al basso, dalla prosa d’arte (ironicamente intrisa di aulicismo) ai dialettismi e ai gergalismi. La gaddiana lingua di Del Giudice è connotata da processi di accumulo, di moltiplicazione, mentre la rappresentazione vive di una straordinaria alternanza di comicità e tragedia, di coralità e scandaglio psicologico."

L’Unità - Andrea Carraro

 

"…Il pretesto per accedere ad una galleria di personaggi straordinari, che entrano ed escono dalla vicenda senza mai perdere un colpo. Con ironia estrema e quella leggerezza che è propria dei grandi narratori, Del Giudice compone, attraverso le voci dei personaggi, un microcosmo che ha in sé un equilibrio tale da poter stravolgere i canoni del giallo e fare a meno del finale. Scelta dichiaratamente gaddiana e indubbiamente efficace, che rafforza il valore narrativo e la credibilità della vicenda."

Pickwick – Tiziana Lo Porto

 

"…Carlo Emilio Gadda la chiamava ‘l’insospettata ferocia delle cose’. E non è un caso che questa frase venga posta in epigrafe da Attilio Del Giudice nel suo ‘Città amara’. Non è un caso, perché questo nuovo insolito giallo dell’artista e scrittore casertano tende a svelare l’alterazione del male, la sua capacità di celarsi dietro i paraventi perbenistici di una città di provincia, e di deflagrare all’improvviso, perfino, nella quiete di una famiglia borghese…

Dietro la cornice del giallo – che è per Del Giudice un pretesto, sia pure seducente, e comunque non risolutivo, perché il romanzo non dà risposte, ma spiazza il lettore – c’è l’urgenza di ‘fissare’ quella che è una traumatica mutazione antropologica e sociale."

Corriere del Mezzogiorno – Francesco De Core

 

"…Storie di carabinieri, che si riappropriano del proprio stato naturale di persone comuni. Di qui il dialetto come parola radicata nella vita concreta, dove un ‘caso’ di triplice omicidio fonde in un’unica storia circolare il passato e il presente di ogni personaggio, esposto al suo inscindibile legame con l’esterno."

Avvenimenti – Emanuela Muzzi

 

"…Ecco un altro bel romanzo (breve) in cui il dialetto e le atmosfere del nostro Sud fanno da leitmotiv all’intreccio. Il brigadiere Vincenzo Capece, il commissario Ettore De Grada, il professore Aristide Mezzacapo, la vedova Solimene Maria Luisa, detta Lulù, Lellino Cacciapuoti: intorno a questi personaggi, così lontani dagli stereotipi ai quali ci ha abituati la narrativa poliziesca americana, si svolge un fattaccio di cronaca nera, che si legge con vero interesse e diletto."

Playboy

 

"…Indagini intricate, come in ogni buon ‘giallo’, che consentono a Del Giudice di rovistare impietosamente nelle pieghe di quel tipo di perbenismo di facciata, che avvolge e nasconde certi aspetti e certi ambienti di una città di provincia. Un Del Giudice molto ‘cattivo’, ma ottimo narratore."

Il Salvagente – Nino Ferrero

 

"…Come già in ‘Morte di un carabiniere’, suo primo romanzo, le ambientazioni, i personaggi e le vicende narrate in ‘Città amara’ richiamano, infatti, fortemente, luoghi, figure e avvenimenti per molti versi ‘familiari’ a chi vive e conosce la realtà casertana. E anche se, come sempre in letteratura, ‘ogni riferimento a fatti e circostanze realmente accaduti è puramente casuale’ è più che lecito supporre che ‘amara’ sia proprio la sua/nostra città, o comunque le tante altre del Sud, accomunate da situazioni e problemi sciaguratamente simili."

Casertamusica - Silvia Tessitore

 

 

"…E’ un piacere ritrovare la provincia meridionale del brigadiere Capece Vincenzo, con annessi e connessi, maresciallo, appuntati e carabinieri, pianerottoli come piazze, morti che si fanno numeri al lotto, caffè e sfogliatelle che scandiscono il passare del tempo."

Il Mattino – Giovanni Fiorentino

 

 

"… ‘Città amara’ rinnova le gesta del brigadiere Capece, conciliante e furbo, come può esserlo uno del popolo, e dell’aristocratico commissario De Grada. Lo sfondo è quello neghittoso della provincia casertana, il ritmo è dinoccolato, agile e dialogato, come se fosse una sceneggiatura; l’atmosfera è quella familiare e ingannatrice dei vicoli, facce pasciute e segreti inconfessabili."

Pulp - Claudia Bonadonna

 

 

"… Lo stile di Attilio Del Giudice, che alcuni hanno avvicinato a Gadda, propone la storia in una chiave grottesca e drammatica, continuando ad esplorare il Sud, così pieno di intrighi e misteri.

Republik. Org.Liber Libri Libro - Valeria Chiari

 

 

 

…noteworthy here is not simply the interest generated by Camilleri's book, but Italy's new interest in the detective story itself, long considered as mere entertainment. A prime example of this is the critical recognition garnered by Attilio Del Giudice's Città Amara, a detective story recently published by Italy's small but innovative Minimum fax publishing house.

East of New York (News From Planet Lit.)

 

Tutto partenopeo, di scrittura immaginifica, alla Gadda,un giallo lieve lieve, dove a contare è più l’ambiente e la gente, che non l’intreccio.…Gradevolissimo romanzo di un aristocratico casertano, psicologo e filmaker, che potrebbe diventare un nuovo Camilleri.

GIOIA (Il meglio del giallo d’autore dal "Noir in Festival") 

 

 

Attilio del Giudice ritorna a giocare con una narrazione al di fuori degli schemi, che spazia tra noir, giallo, poliziesco e sociale. Lo stile è sempre incisivo, la struttura è agile, cadenzata da capitoli veloci e ben scritti. Il lettore viene portato ad una lettura scorrevole, coinvolgente.

CARMILLA - Roberto Sturm

Una Recenzione di ANDREA CARRARO

 da          

INGEGNI

Andrea Carraro

BOTTE AGLI AMICI

Alberto Gaffi editore in Roma

© 2005 Gaffi

Via della Guglia, 69/b

00186 - Roma

www.gaffi.it

 

 

Attilio Del Giudice

CITTÀ AMARA

minimum fax, 2000, pp. 108 (**)

È un romanzo interessante anche se non del tutto risolto e un po’

libresco, La città amara di Attilio Del Giudice, che inaugura la collana

di narratori italiani Nichel della piccola ma assai attiva casa editrice

romana minimumfax. Interessante è l’impasto linguistico, di ascendenza

gaddiana: un misto di dialettismi, arcaismi, voci dotte e burocratiche

e popolari, espressioni gergali. Ancora di ascendenza gaddiana

è la mescolanza di ironia, comicità e tragedia (non a caso l’autore

del Pasticciaccio viene citato in epigrafe al romanzo). L’innegabile attitudine

drammaturgica dell’autore si esprime in dialoghi dotati di un

sound riconoscibile. Meno felice è la soluzione (o meglio l’intenzionale

assenza di soluzione) dell’intreccio giallo: la scelta dell’autore di

lasciare “aperta” la storia, di non rivelare al lettore il colpevole dell’efferato,

triplice omicidio sul quale si trovano a indagare contestualmente

polizia e carabinieri di una imprecisata cittadina campana, sembra

francamente un po’ “di comodo”, non giustificata dalla struttura narrativa

e dalle scelte poetico-espressive del racconto. Se è vero, com’è

vero, che l’autore ha cercato di fondere in questo romanzo qualità artigianali

e attitudini più alte, da opera mainstream, l’impressione è che

le prime siano state pesantemente mortificate dal finale.

La città amara del titolo non viene mai nominata, ma il dialetto che

parlano i personaggi e che screzia talora il discorso indiretto libero, e

poi le coordinate geografiche che spuntano qua e là nella narrazione,

lasciano supporre che si tratti di un centro situato nella vasta provincia

casertana, e a questo proposito non mancano sapide notazioni sulla

napoletanità: “Aveva, poi, l’inclinazione (...) a manifestare, nei confronti

del Potere: sacro e profano, politico, finanziario, militare, un

duplice approccio. Il primo, decisamente pragmatico, a base di inchini,

ossequi, ‘a disposizione’ e ‘servo vostro’; l’altro più intimo ed esorcizzante

(con una peculiare necessità, se vogliamo, per chi abbia sentito

la presa nei fondelli, per secoli e secoli), basato sulla dissacrazione, il

riduttivismo e lo sberleffo”. Del Giudice rivela anche sensibilità sociologica,

sotto il segno dello snobismo: “... sarebbe stato difficile distinguere,

tra questi ragazzi, livelli, classi ed estrazioni sociali. Questo

perché vestivano tutti allo stesso modo, quasi sempre di nero, e parlavano

alla stessa maniera, usando le stesse parole. Poche, una ventina,

in tutto, tra quelle di senso comune (principali e accessorie) e oscuri

fonemi per criptiche allitterazioni”. Tale snobismo si salda alla vena

ironica e comico-grottesca che pervade tutto il romanzo, spesso giocata

su situazioni paradossali. Ma il pregio maggiore, è bene ripeterlo,

si ravvisa nella lingua, capace di svariare dall’alto al basso, dalla prosa

d’arte (ironicamente intrisa di aulicismo) ai dialettismi e ai gergalismi.

La gaddiana lingua di Del Giudice è connotata da processi di accumulo,

di moltiplicazione, mentre la rappresentazione vive di una stridente

alternanza di comicità e tragedia, di coralità e scandaglio psicologico.

Se il linguaggio mostra una spiccata inclinazione espressionistica,

l’impostazione drammaturgica e la caratterizzazione dei personaggi è

invece decisamente realistica: l’autore ricerca (con successo) la verosimiglianza.

Raramente si concede qualche affondo liricheggiante, con

metafore piene, rotonde: “Il mare s’era scurito e proliferava creste spumose:

un’infinita teoria di bianche aperte ferite. Di colpo, i gabbiani

s’ammutolirono. De Grada avvertì uno strano silenzio. Un’aria sospesa,

innaturale, trasognata, come per un’attesa di terremoto, o di bombardamento”.

Un amico scrittore, dopo aver letto questo romanzo, mi

ha detto che certe parti gli facevano pensare a uno sceneggiato televisivo.

Beh, magari gli sceneggiati televisivi avessero una simile qualità

di dialoghi! E poi personaggi psicologicamente centrati, dai destini

credibili, come questi. E infine la sorvegliata, intelligente e colta comicità

che permea molte pagine del romanzo di Del Giudice. Se i gialli

televisivi fossero di questo livello, ce ne sarebbe abbastanza per rallegrarsi

e per cominciare a parlare bene della televisione.

 

 

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BLOODY MUZZARE'

Bloody Muzzare' 2004   ed.LECONTE coll. I TROVATORI

Postfazione di Antonio Pascale

                                                                                                                                    

Tuttavia ho buone speranze, giuro, di potere un giorno raccontare una storia, ancora una, con degli uomini, della specie di uomini, come al tempo in cui non sospettavo nulla , o quasi. (Samuel  Beckett, Testi per nulla)

Ciò non è dunque senza rapporto col fatto elementare che l'italiana è sostanzialmente l'unica grande letteratura nazionale la cui produzione dialettale faccia visceralmente, inscindibilmente corpo col restante patrimonio.  (Gianfranco Contini, introduzione a La Cognizione del Dolore Di Carlo Emilio Gadda)

La palla al piede   Non sempre si vede  Ma c'è. (Alberto Arbasino, Rap!)

 Al bar Centore qualcuno ha sparato e ucciso. La vittima è Nicola Vastano, allevatore di bufale, freddato insieme a una tazzina di caffé fumante. Don Larco, invece, muore ammazzato nella parrocchia di San Giovanni Battista, mentre sta officiando la messa.

Attilio Del Giudice torna a raccontare le indagini del commissario De Grada e del Brigadiere Capece in un poliziesco che - attraverso il peculiare pastiche linguistico a cui ci ha abituato - non punta tutto sul plot, ma anche su efficacissimi coprotagonisti..

 

 

(L'ASSO NELLA MANICA - in risvolto di copertina)

I have a dream...Ahimé è solo un piccolo sogno domestico ma, caro lettore, te lo voglio comunicare, perchè ti riguarda: vorrei che Bloody Muzzare' ti piacesse, che, in certi momenti, ti facesse sorridere e ti desse allegria e, in altri, ti emozionasse, ti indignasse come cittadino e ti suggerisse qualche riflessione. Tutto qua, ma non è poco per me.

Voglio dirti, poi, un'altra cosa: se le persone e i fatti descritti in questo romanzo, fossero molto simili a persone e fatti della vita reale, tieni presente che sarebbe una pura casualità, infatti sono tutti, fatti e persone, frutto di immaginazione. Invece le condizioni del vivere civile, la dimensione morale, il fondale sociale insomma, non sono casuali. Assolutamente no! Naturalmente non li ho presi dalla realtà e trasferiti pari pari nella finzione narrativa (d'altronde un trasferimento meccanico non sarebbe mai possibile, perché c'è sempre di mezzo il filtro dell'autore con la sua angolazione visiva, le sue cadenze, la lingua, l'elaborazione nei comportamenti dei personaggi, lo stile, ecc.) ma, ti assicuro che, da parte mia, c'è stato un costante sforzo di "inveramento".

Non me la sento di dire, apoditticamente, che tale sforzo, tale volontà e cognizione debbano necessariamente corrispondere alla deontologia dello scrittore in generale, ma, credo, che non siano estranei a un sentimento del dovere, al sentirsi in pace con se stessi, con la propria coscienza di facitori di storie. Ti ringrazio.    a.d. g.

 

L'INCIPIT

L'inverno, quell'anno, tutto sommato era stato mite ma con l'entrata ufficiale della primavera aveva voluto fare il suo canto del cigno. Marzo, si sa,è pazzoide, però cinque giorni consecutivi di pioggia gelata e un vento di tramontana che scendeva dai monti come un castigo, a bruciare i fiori di pesco e di mandorlo che già da tempo erano comparsi nelle vallate, e a infilarsi in tutte le fessure delle case con paurosi ululati, non lasciavano pensare a un capriccio passeggero. "Accattammece o' capitone, che mo vene Natale!" diceva la gente. Invece, domenica, San Teodoro vescovo, venne la bella giornata.

 

 

            POSTFAZIONE

   di ANTONIO PASCALE 

Io credo che quello che avete appena letto non sia un giallo, almeno non un giallo propriamente detto. Del Giudice, allo svolgimento del tema classico: misterioso omicidio – indagine – soluzione, preferisce (una fondamentale e poco usata) variazione sul tema, ovvero, sappiamo già chi ha ucciso (in sostanza dall’inizio), anche perché in fondo (come lettori), bene o male, prima o poi, lo sappiamo sempre chi è l’assassino. Meglio, allora, analizzare e argomentare con perizia narrativa (e del Giudice la possiede), le conseguenze di un omicidio: quando uccidi qualcuno, nell’attimo in cui gli spari, annulli, non solo tutto quello che la vittima è stata finora, ma tutto quello che sarebbe potuto essere. Questo, ne sono sicuro, lo pensa anche Del Giudice.

 Infatti, il suo sguardo cade con più acutezza sul mondo della vittima e non solo sull’accerchiamento dell’assassino. Del Giudice sembra suggerire, qua e là, nei numerosi sottotesti: che importa come si arriva alla soluzione finale, tanto lo svelamento del complotto omicida non elimina il male che l’ha generato.

Bloody Muzzare’ mi piace perché non evita questa riflessione.

Un‘avvertenza, qui devo mettere subito le mani avanti, purtroppo, nei miei giudizi narrativi ho in serbo caterve d’idiosincrasie e varie forme di ostilità. E purtroppo, nonostante questi umori, o forse, ahimè, proprio in funzione di questi, non riesco a rinunciare alle mie opinioni. Bene, posso dunque dirlo: a me il genere giallo non piace, nemmeno il noir. Riconosco che per un certo periodo, ha arricchito il panorama letterario italiano. Scrittori come Carlotto, per esempio, ci hanno regalato un credibile ritratto di certi mutamenti (economici e criminali) avvenuti nel nord est. Pur tuttavia la moda dei gialli, la frequenza, anzi la cadenza, con cui si pubblicano libri noir mi lascia perplesso. C’è qualcosa di non necessario in questi libri, un surplus di male, buttato lì, sulla pagina, voglio dire un surplus di male senza un’adeguata riflessione sulla sua genesi: quanti terribili omicidi, quanto sangue, quante scene del crimine descritte e, soprattutto, quanti commissari arguti, che sguardo profondo, che tecnica di indagine sopraffina…., niente, non mi convincono poi tanto.

C’è ancora una cosa che mi rende ostica la lettura di un libro giallo, la più brutta: lo stile con il quale si parla del male, ecco, quello proprio, sempre più spesso, mi è ostile. 

Ho visto una mattina in televisione un’apprezzata giallista che parlava di alcuni famosi omicidi: niente di strano, mi sono detto. L’ho seguita per tutto il tempo della sua spiegazione, ebbene c’era qualcosa che non mi convinceva. Di tanto in tanto dopo una descrizione di una scena del crimine, particolarmente efferata, lei sorrideva. Sorrideva con complicità alla giornalista che la stava intervistando.

Ora, a me lo dicono spesso: non fare il moralista. Forse hanno ragione o forse no, esagero, sono ossessivo, mi fisso, e dunque risulto parziale e limitato, però, che ci posso fare, quella sensazione di fastidio dopo l’intervento della giallista, mi è rimasta ancora oggi. Insomma, che c’è da ridere? Siccome sono fissato, ho anche provato a rintracciare la giallista, senza successo, però. Le volevo solo chiedere: ma con quella risata, volevi, forse, liberarti dall’inquietudine che il male, inevitabilmente, porta con se e allora, per nervosismo, ti sei messa a ridere, oppure, al contrario, a forza di parlarne, con rituale frequenza e appropriata cadenza, il male, appunto, non ti faceva più male? Nell’uno e nell’altro caso, mi sembrava che le mancasse lo stile per raccontare il male. Diveniva, il male, nella sua esposizione, solo tecnica di racconto, omicidio, indagine, soluzione, e così facendo (il male) si semplificava, un che di volgare faceva capolino durante quella intervista. Perché, non basta parlare del male per liberarcene, bisogna capire come se ne parla.

Attilio del Giudice ne parla in un modo che, invece, mi convince. Insomma, non mi dispiace. I suoi sono gialli sperimentali, dove alla parola sperimentazione, fortunatamente, non si accompagna l’aggettivo: interessante, ma un altro, emozionante. Insomma, strumenti narrativi per arrivare a descrivere non gli estremi, il male (l’omicidio) e il bene (la risoluzione) ma strumenti per parlare della vita che liberamente, prepotentemente fluisce attorno a questi due estremi e talvolta, accidentalmente li definisce: forse il racconto del male ha più senso (il racconto, cioè, amplia il nostro mondo interiore) solo se la vita fluisce prima e dopo l’omicidio. Insomma, chi è il commissario, che vita fa, come si integra o si confonde nel mondo attorno a lui?. Chi sono i criminali, e anche loro, che rapporti hanno con il mondo attorno? Ovvio, per rispondere a queste domande, c’è bisogno di uno sguardo diverso. In sintesi, lo scrittore deve un po’ stare in mezzo alle cose che racconta. Non può essere solo un demiurgo lontano che cerca di afferrare il male, magari facendo la voce grossa per meglio stigmatizzarlo. In questo caso, la scrittura si rivela solo affannosa, falsa, appunto: viene un po’ da ridere. Oppure, elaborando un tono freddo, cristallino, puro e sentenzioso. Anche questo tono, che i critici chiamano: tagliente, a me non piace. Da questo mi sento distante. Quel tono, e quello che sottintende, certo, mi impressiona per la freddezza, la rarefazione, ma, allo stesso tempo, m’allontana dal punto focale del racconto. Penso, meno male, non sono così, posso stare tranquillo.

Posso stare tranquillo: quando un lettore pensa questo è perché lo scrittore non si sente parte in causa. Per me è un errore, lo scrittore c’entra con il mondo, a questo ne è vischiosamente legato, ne è padre e figlio, nello stesso tempo, del male, vittima e carnefice. Dunque, a noi scrittori, ci corre l’obbligo non tanto di mostrare il male (magari assoluto, come un barbaro omicidio) fuori di noi, quello, in fondo ci consola, né tanto meno il bene, sotto le sembianze di commissari o simili (pure quelli, siccome hanno funzione eroica, in fondo ci consolano), ma (dobbiamo mostrare) le nostre contraddizioni (di noi scrittori), anche se tormentate e conflittuali.

Lo scrittore che a me piace, sia esso, accidentalmente un giallista, o magari scriva di fantascienza o di chissà cos’altro, è, in fondo, una persona che attraverso un elemento di finzione (la narrazione) cerca di dichiarare la verità, cerca di mettere in scena la sua coscienza. Ora, uno scrittore che si rispetti, sa sempre cos’è la verità. Naturalmente, per lui la verità non è prassi quotidiana, ovvio, la verità per uno scrittore è il tentativo di elaborare una coscienza di sé, coscienza che prende forma e corpo ogni volta che si instaura un processo di relazione tra il suo mondo interiore e il mondo esterno, tra le sue motivazioni più profonde, più segrete, e le conseguenze di queste motivazioni sul mondo esterno, e quali sono i limiti che segnano questi mondi, quali i confini. Per far questo c’è bisogno di fantasia. La verità come diceva Freud, ci libera, ci consola, sì, ma dopo un doloroso processo di analisi, un processo durante il quale la nostra mente coscia (razionale) si riavvicina a quella inconscia (irrazionale), a prezzo, però, di tormenti e difficoltà, perché tormentosa e difficile è l’arte dell’immaginazione. La conoscenza richiede, appunto, immaginazione. Così, a percorso finito ci avvolge una strana armonia, non ci siamo liberati dal male, abbiamo solo portato il nostro dolore in una dimensione di infelicità comune, contro la quale siamo meglio attrezzati.

Nel 406 a.c. Sofocle scrisse il Filottete. La tragedia narra di Ulisse e Neottolemo (figlio di Achille) che tornano nell’isola di Lemmo per riprendere, appunto, Filottete. Chi è costui? Un arciere, potente. Dotato di un arco magico, infallibile. C’è soltanto un particolare: Filottete è un eroe che soffre, lo tormenta una ferita alla gamba che non si rimargina, immagino qualcosa di psicosomatico, una psoriasi. Fatto sta che urla e si lamenta, per questo, Ulisse, nove anni prima, l’aveva abbandonato su quest’isola. Non voleva sentire più i suoi lamenti. Adesso hanno bisogno di lui, ma Ulisse cerca di convincere Neottolemo a ingannarlo, a prendergli solo l’arco, e lasciarlo lì, sull’isola. Gli dice: ingannalo! Lo so che tu sei un uomo onesto, ma adesso dobbiamo vincere, domani, poi, avrai tempo per essere onesto, adesso menti. Prendi solo l’arco!

 Neottolemo, invece, non lo inganna, capisce che per vincere bisogna portare l’arco e l’arciere, la potenza e la ferita, il bene e il male. Ulisse con la su mente pratica (e cinica) capisce solo quello che gli fa comodo capire, non ha immaginazione. Wilson, uno dei maggiori critici americani, scrisse che Ulisse, in questa tragedia, ricorda il politico moderno, quello che mente per ottenere la vittoria. Ma quella vittoria è parziale, per vincere bisogna portare l’arco e la ferita, queste due cose sono moralmente legate.

(Lo psicologo) Del Giudice mi piace come scrittore perché sulla pagina porta entrambe le cose, l’arco e la ferita, e ci riesce perché, (lo psicologo, l’uomo e lo scrittore) Del Giudice è parte in causa di quello che racconta.

Ora, noi due veniamo da Caserta. Sappiamo bene che significa abitare al sud. E non voglio solo parlare delle presunte difficoltà civili, quelle lasciamole stare. Detto meglio: sappiamo cosa significa abitare al sud perché sappiamo quando è difficile scrivere del sud. Negli anni molti di noi scrittori (del sud), siamo stati vittime (e carnefici) di uno strano stile narrativo (e purtroppo di vita), ironico perché tentiamo di negare continuamente la ferita che ci fa soffrire, oppure grottesco (bizzarro, estremo, estetizzante) perché ci fidiamo solo della forza dell’arco. Del Giudice, che ha immaginazione, ci ha pensato (e a lungo) a come scrivere del sud.

Ha portato insieme le due anime del sud, quella leggermente ridanciana, del qui e ora, l’anima di quello che non si mette mai di spalle alla vita, vitale, insomma il maresciallo Capace e quella critica, profonda, riflessiva, amara perché tormentata e tormentata perché cosciente della propria finitudine, appunto il commissario De Grada. Li fa indagare insieme (coraggiosa novità nel panorama giallistico italiano) perché solo portando entrambe le anime si può sperare di arrivare a uno straccio, un abbozzo di soluzione. Straccio e abbozzo, appunto, nulla è definitivo, tutto è conflittuale.

E quale stile può esprimere al meglio questa stato di conflitto? Del Giudice non cerca troppo lontano, parla con la voce (la cadenza, il dialetto, l’inflessione) della provincia.

Bloody Muzzare’ è il terzo episodio della trilogia (il più bello e profondo), aperta con Morte di un carabiniere e proseguita con Città Amara (entrambi ed. Minimum Fax). Quando uscì il primo libro qualche critico parlò di stile barocco. Ora, saranno le mie idiosincrasie, ma Del Giudice, con il barocco, fortunatamente, non ha nulla a che fare.

Nella sua scrittura, non c’è allegoria, ne strani segni da decifrare per penetrare il labirinto barocco. Quello di Del Giudice è il tono della provincia (della sua Caserta, una città che ha amato e che lo ha tormentato e che lui stesso ha tormentato perché l’ha amata), un tono così intonato: sbilenco, botta e risposta, oppure solo botta, la risposta arriverà dopo, digressivo perché imperfetto, che prende e ingabbia quello che passa, lo sospende, lo immagazzina, lo lascia andare, marchiato a vita e poi lo riprende ancora, e in tutto questo andare, (questo stile aperto), accoglie la vita che passa e continuamente la rinnesta.

 Così scrive del Giudice, apre e chiude, fa vento e si respira, chiude tutto e si soffoca. Sono testimoni di quanto suddetto, tutti gli splendidi episodi minori, profondi brani di uno stile di vita di provincia, che, nel libro sviano sia il lettore dalle indagine (e meno male) sia i due indagatori dal caso (e meno male), ma che poi accidentalmente (questi episodi minori) fanno meglio riprender il filo del discorso (sono, infatti, belli come la vita), anzi sia il lettore sia il duo investigativo, Capace – De Grada, si ritrovano più ricchi, e insieme, anche, più disillusi.

La disillusione (sentimento che ha De Grada come referente), questa strana e bistrattata emozione, è in realtà un’autentica e profonda forma di conoscenza (gli antichi contadini lo sapevano), perché perlomeno ci permette di misurare la distanza che passa tra i nostri sogni, le chimere, e la realtà.

Dunque, quando uccidi togli alla vittima quello che è stato finora e quello che sarebbe potuto essere. Del Giudice lo sa, per questo accanto ai personaggi classici del giallo: gli assassini, gli assassinati e gli indagatori, Del Giudice mette loro vicino, come sostegno e rinforzo, la realtà, non una realtà cristallizzata come un’ideologia, ma la realtà che si svolge, penetra e si dipana nella sua stessa vita. Eccola qui, è composta di due anime, una ferita, l’altra magica, sono imperfette perché per niente astratte, piene di bozzi e frammenti sparsi (perché, poi, i pezzi bisogna avere il coraggio di ricomporli). Questa vita è un elemento catalizzante, non rimuove la ferita, e sostanzialmente, genera un’empatia non prevista che ci fa imparentare con tutto quello che esiste, così che, nella lettura del romanzo, ci farebbe sentire la mancanza anche di un solo elemento, utile o inutile che sia.

 

 

La Critica

Una trilogia noir per del giudice

In molti sostengono che un noir sia solo un giallo un po’ più cruento, dai toni forti, accesi. Semplicemente: con i suoi attori, le sue coordinate. Giusta osservazione: entrati nello schema, lo schema ci ripagherà. Ma è visione parziale, e mai vera fino in fondo. Sotto la scorza del genere, spesso si nasconde ben altro. Del resto, persino autori come Leonardo Sciascia hanno preso a prestito e a pretesto la cornice del giallo per raccontare cosa si nasconda nelle pieghe dell’animo umano, quali traiettorie ci spingano nei territori impervi tra verità e menzogna dove si offusca il senso profondo della giustizia. Dunque: il noir è un noir, ma non sempre - anzi, quasi mai - è soltanto un noir. Ce lo conferma Attilio Del Giudice, casertano, psicologo e artista d’avanguardia da non molto tempo felicemente prestato alla narrativa. La parte terza del suo lavoro - Bloody muzzarè, edito da Leconte (pagg. 151, euro 15), fa seguito a Morte di un carabiniere e a Città amara pubblicati nel 1098 e nel 2000 con Minimum fax - è un insolito viaggio in un Sud che sovrappone arcaismi consolidati e tracce di confusa modernità. Come - dal suo fronte - Massimo Carlotto ci ha servito contraddizioni, fragilità e incongruenze di un’area del paese, il Nordest, travolta da improvviso benessere. Forse non è un caso che Del Giudice sarà quasi certamente tradotto in Francia alla stregua di Camilleri, Ferrandino, Serio, Montesano, Evangelisti. Serge Quadruppani, scrittore e mitico editor di gran fiuto, ha già chiesto i diritti della trilogia per proporla sul mercato transalpino. Un interesse che non sorprende: Del Giudice, nei suoi romanzi, riassume i caratteri della tragedia mediterranea e rimescola quel vago sentore di malinconia che fissa i personaggi, come a legarli al destino stesso della loro casa madre (si pensi a Montale, il detective italo-marsigliese di Jean-Claude Izzo, o alle figure del catalano Martin come dell’algerino Khadra). In Bloody muzzarè il commissario De Grada e il neo brigadiere Capece indagano su due fatti di sangue solo in apparenza slegati: l’omicidio in chiesa di un parroco, don Larco, e quello del titolare di un caseificio, Nicola Vastano, colpito mentre beve un caffé al bar. I killer sono personaggi programmaticamente svelati (tanto che i loro ritratti aprono il romanzo). Esistenze rivolte al male, dopo essere state piegate in gioventù dal male stesso che cova in una terra che non dà scampo. Del Giudice non si ferma allo svolgersi fitto degli eventi. Non si fa travolgere dalla carambola degli omicidi commessi da una spietata banda di piccoli e mediocri camorristi. In sostanza, allo scrittore interessa solo marginalmente dividere il bianco dal nero. Perché è attratto dalla zona grigia. Da tutto quello che ovatta il mondo di carnefici e vittime. Di vivi e morti. Universi che si toccano, talvolta arrivano pure a confondersi. È qui che Del Giudice - con una ormai riconosciuta capacità linguistica, quel solco gaddiano entro il quale amalgama con sapienza e ironia il dialetto napoletano a un italiano comunque spurio - sembra volersi fermare. Per indagare con il suo sguardo acuto, rivelatore, persino lieve. L’autore ascolta, orecchia, seziona quella violenza che si impasta a cinismo e disillusione. E riporta a galla, persino attraverso digressioni che poi sono il sale della storia, quel disagio di vivere che generalmente si manifesta quando l’osso del meridione è colpito dall’afa, nella morsa della controra. Del Giudice, in Bloody muzzarè meglio che altrove, si confronta con il «doppio». Canino e Purtuso sono i killer che ammazzano per il gusto di ammazzare; De Grada e Capece gli investigatori alle prese con i rattoppi della loro vita piuttosto che con i limiti del mestiere; Ersilia e Patrizia le diversissime donne che attraggono i detective senza afferrarli mai; il parroco e l’imprenditore - amici d’infanzia - eliminati solo perché inciampati in un preciso disegno malavitoso, un traffico internazionale di cocaina a base di succose mozzarelle. Due, in fondo, sono proprio le anime di questo angolo di Sud - la zona di confine che si allunga da Napoli a Caserta - aggredito dai fantasmi di un passato che non vuole morire. E Del Giudice ce le restituisce con una forza che proprio l’imperfezione della materia trattata rende più cupa, intensa.

IL MATTINO     FRANCESCO DE CORE

 

 

 



 


Siamo contenti di presentare questo libro per tre motivi: perché l'autore appartiene da oltre tre anni alla nostra Scuderia, perché è uno dei protagonisti de I Destrieri, la nostra prima antologia di racconti e, terzo e più importante motivo, perché il libro è davvero bello.
Sì, è un libro che si legge in poco tempo perché appassiona e diverte, senza cadute di ritmo o superflue divagazioni. Così, dopo i successi di "Morte di un carabiniere" e "Città amara", lo scrittore casertano torna ad affascinare gli appassionati del noir italiano con questo nuovo romanzo.
E l'uso del dialetto, in alcuni passi del libro, premia ancora le scelte linguistiche di Del giudice: distribuito in modo sapiente e ben dosato, ricorda lo straordinario Starnone di "Via Gemito" e ci fa anche sorridere: certi concetti non si riuscirebbero mai a esprimere con efficacia in un italiano corretto, ennesima dimostrazione di come i dialetti siano importanti nella nostra identità letteraria e nazionale.
Come si intende, più che una recensione, questo è un vero e proprio invito all'acquisto: Bloody Muzzare' è un titolo da avere in biblioteca (anche perché è un'edizione davvero bella!).

APHORISM    LUIGI DE LUCA

 



 

 

…E’ un mondo il cui paesaggio sembra ormai essere l’assenza di qualsiasi paesaggio governato con maligna determinazione… ma nel quale si insinua di continuo un tono come di commossa elegia, un profumo di mangiari di tradizione, e in cui ha decisamente la meglio la dimensione umana dei personaggi principali.

IL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO FRANCESCO DURANTE

 

 

Ho appena finito di leggere "Bloody muzzarè" di Attilio del Giudice (Ed. Leconte - 15 Euro). Di questo autore avevo letto "Morte di un carabiniere" (quasi un libro di culto) e "Città amara". "Bloody muzzarè", che completa la trilogia con le vicende poliziesche del commissario De Grada e del brigadiere Capece, mi sembra il più profondo e accattivante, conservando la caratteristica scrittura di Del Giudice, decisamente al di fuori dei luoghi comuni del genere giallo. Lo segnalo con entusiasmo, perchè sono sicura che piacerà molto a molti e mi farebbe piacere sentire il parere di altri lettori.
Rossella

Mi sono imbattuto, quasi per caso, nel romanzo di Attilio Del giudice: Bloody Muzzare’ (ed. Leconte).Vorrei segnalarlo perché mi è parso notevolissimo per vari aspetti. E’ un giallo che ribalta tutti i canoni del “genere”e, nello stesso tempo, avvince, diverte e innesca  riflessioni. La lingua è contaminata da dialettismi di grande forza espressiva, e, al di là di qualche compiacimento di sapore gaddiano, mi sembra che insegua la dimensione sociale e psicologica dei personaggi (protagonisti e personaggi minori) con una forte tensione verso la realtà esterna, riuscendo, in tal modo, a delineare figure vive che restano saldamente nella memoria. Consiglio la lettura di questo romanzo  e mi piacerebbe conoscere l’opinione di altri lettori. Dario Mulas

 Ho seguito il consiglio di Rossella e ho letto anch'io Bloody Muzzare'(ed. Leconte, 15 euro) di Attilio del Giudice. C'è, in questo romanzo, un totale sovvertimento dei canoni del "giallo" e una lingua variegata e complessa, ma, in nessun punto il romanzo annoia. In un risvolto di copertina, l'autore, rivolgendosi al lettore, dice: "I have a dream... Ahimè è solo un piccolo sogno domestico, ma, caro lettore, te lo voglio comunicare perchè ti riguarda: vorrei che Bloody Muzzaré ti piacesse, che, in certi momenti ti emozionasse, ti idignasse come cittadino e ti suggerisse qualche riflessione".
Mi pare che questo scrittore abbia centrato in pieno tutti gli obiettivi.
MARCO G.

Consigli di lettori da "IL COMODINO" di Holden

  index


 

 

 ATTILIO DEL GIUDICE

         LA VITA INCAGLIATA        

 

postfazione di Francesco Piccolo

     Ed. LECONTE (aprile 2006) collana: I TROVATORI

I minuti che passano ora possono anche essere puri, ma certo tali non furono tutti i secoli che ti prepararono (Italo Svevo, La Coscienza di Zeno)

I' respiro ma nun abbasta ancora nun abbasta nun abbasta si nu rispiri tu vicino a me (Almamegretta, Respiro).

 

 

Nino vive in campagna nel Casertano, fa la quinta elementare. E' lui a raccontare la sua passione per la maestra scesa da Forlì, i suoi rapporti con la madre premurosa e il padre camorrista, la sua amicizia con Michele. Ecco il suo mondo, inquinato dal sopruso e scandito da un linguaggio che mostra rispetto per la realtà orale di questa porzione del sud. Un linguaggio che in qualche modo nazionalizza il dialetto per approdare a un italiano deformato, spesso esilarante,di certo evocativo quanto il peso di uno sguardo o il colore della terra macchiata di sangue. Un autentico idioma di agilità gaddiana, capace di fare delle storie di Nino una struggente metafora della solitudine meridionale.

 

 (L’ASSO NELLA MANICA)

Caro lettore,
forse, prima di acquistare e leggere questo libro, prima di fruire di una qualche qualità espressiva, vuoi sapere quali siano state le intenzioni dell'autore. Si sa che le intenzioni sono una piccola cosa fallibile e un romanzo una volta scritto, aspira ad andare oltre e a camminare per conto suo, ma, per quel po' che possono valere, te le dico in due parole. Ho inteso parlare di un ragazzino di dieci anni e, attraverso il suo linguaggio, della sua condotta psicologica: le sue morbosità di adolescente, la levità, gli affanni; attraverso ì suoi affetti e i suoi rapporti umani, ho inteso parlare di una comunità contadina, arcaica in alcuni riti e valori, ma brutalmente ammodernata dalla cultura del sopruso e della violenza. Un concentrato di drammatiche contraddizioni, un disagio nella vita civìle che investe intere regioni del Mezzogiorno. Questo non era il mondo della mia infanzia lontana (altre, semmai, furono le lacerazioni), ma mi sono convinto che gli scrittori del Sud e anche i più umili facitori di storie non possono eluderlo, se vogliono rinforzare le esili e scabre ragioni della scrittura narrativa col peso della realtà e cercare l’incontro con i lettori su un terreno più sicuro. (attilio del giudice)




LA POSTFAZIONE DI FRANCESCO PICCOLO

La vita incagliata è per Attilio Del Giudice una sorta di resa dei conti. Ma alla fine, ogni romanzo è una resa dei conti. Se uno dicesse una frase stupida come: ho necessità di capire alcuni nodi della mia vita, si potrebbe rispondergli che questo è il suo programma letterario fino alla fine dei suoi giorni. Però uno scrittore si mette dentro una storia, sceglie un punto di vista molto basso – in questo caso, un ragazzino un po’ ignorante – e a quel punto non gli rimane che stendere un mondo intero davanti, come quelle enormi lenzuola bianche che le madri facevano volare in alto prima che cadessero dolcemente sul letto, e nell’attimo in cui volavano per la stanza coprivano ogni cosa, erano tutto il mondo che si poteva vedere, e se tutto il mondo per un secondo è morbido e bianco, ci si può mettere dentro (scrivere) quel che si vuole. E allora questo ragazzino, la sua lingua sgrammaticata che accompagna un pensiero semplice e intanto potente per il fatto di voler essere indagatore, non può essere altro che commovente. Perché dentro il candido sguardo (e di conseguenza sopra le candide lenzuola) ci sono cose molto serie: il dolore, la violenza, e la tenerezza di alcune intuizioni liriche di questo io narrante malmesso che attraverso la fatica delle parole da trovare, buone o cattive che siano, riesce a far passare tutto quel che deve passare. Solo che quel che passa è la vita che si è incagliata. Del resto, cosa c’è di commovente in quelle lenzuola che volano per la stanza prima di cadere morbide sul letto? Non c’è nulla, prese così da sole: sì, il gesto e la morbidezza; sì, l’odore di pulito; ma quel che commuove è altro: è il peso della storia di quella stanza, è la bellezza di una madre che sfiorisce, è la grandezza dell’amore che chi guarda ha per tutto questo. Solo che quell’amore così grande è inesprimibile, sia per timidezza sia per ostentazione, perché nemmeno un abbraccio e una dichiarazione possono davvero raccontare quel che costituisce il sentimento.
In questo un romanzo è coraggioso. Perché prova a mettere in moto un meccanismo che nel suo dispiegarsi complesso e tangente alla vita, prova a dare la misura dei sentimenti – e in questo caso, dell’impossibilità di esprimere una personalità, sia pure fragile e inadeguata, dentro e fuori la famiglia. Gli accadimenti dolorosi sono troppo tragici per essere presi di petto, per questo il ragazzino prova a ragionare di sbieco, a prenderli alle spalle, a girarci intorno: è sia la misura dei suoi mezzi, sia la protezione che i suoi mezzi gli hanno dato. Ma non c’è niente da fare: se la vita si incaglia, si incaglia.
Il lavoro sulla sintassi meridionale, nei libri di Attilio Del Giudice, è meticoloso, pernicioso, anche testardamente manierato. È’ il suo modo di sfondare, sfrondando, il senso del dolore e questa condanna ben accolta che è la meridionalità. Il maresciallo Capece e il commissario De Grada sono stati i primi attori di questa finta commedia che sfociava nel giallo anomalo ma soprattutto penetrava nell’esistenza della vita umana da compiersi tutta sotto il sole della controra, a combattere con il cibo della trattoria, con la bellezza sudata delle donne. E qui, nella Vita incagliata, lo scenario è lo stesso, una sorta di silenzioso protagonista che senza quasi muoversi invade tutto, i corpi dei personaggi, i pensieri morbosi, la lingua fino alla sintassi del flusso di coscienza che si frantuma in un ragionamento faticoso per capire qualcosa del mondo. Del Giudice quindi sceglie di non voltare le spalle al peso della provincia antica, ma la prende di petto e si abbandona come tra le braccia di una signora grassa che non è solo felliniana, ma anche campana.
Tutto questo, per me, ha a che fare con la mia vita di provincia e con il rapporto che con Attilio ho avuto nella mia vita di provincia, quando solitario e pieno di generico desiderio di espressione, quando insomma la mia sintassi e la mia età assomigliavano per inadeguatezza al protagonista-narratore della Vita incagliata, come si assomigliano tutti gli inadeguati ragazzini provinciali del mondo, avevo come punto di riferimento una porta che assomigliava a tutte le altre di un piccolo parco con villette a schiera. Fermavo il mio motorino lì fuori e avevo sempre difficoltà a essere sicuro che quella fosse la porta giusta, o forse quell’altra, fino a quando Attilio appariva su un’altra soglia ancora. Andavamo su un divano e così ho passato alcuni pomeriggi della mia vita, ad ascoltarlo molto e a parlare poco (e balbettando) di letteratura, arte, cinema ma anche di donne e di ricordi. E poi uscivo che era buio, e sulla porta Attilio parlava ancora, quasi impendendomi di andare via, e poi richiudeva e io saltavo sul motorino e ogni volta mi sentivo come se mi avessero cambiato la bombola del gas e potessi ricominciare ad andare avanti per qualche altro mese, nel mondo scoraggiante dove stavo, pensando che quella mia generica volontà di esprimermi non era astratta se c’era qualcuno che raccontava di averla avuta e che la rendeva concreta attraverso le cose che faceva. Uscivo da casa di Attilio e mi dicevo semplicemente: c’è qualcuno che è come te, quindi ce la puoi fare. E questo nella mia vita è stato molto importante.
Il problema era, evidentemente, che la vita non si incagliasse definitivamente. O, se si era già incagliata, come del resto mi sembrava, ci fosse la possibilità, un giorno, che si sciogliesse. Per questo mi sento vicino al protagonista di questo romanzo, che pure ha delle ragioni più grandi delle mie per sperare in qualche scioglimento. Ma è così: il lettore partecipa di un romanzo per un’adesione vaga, non precisa né proporzionata. E quando l’orrore è morbido e vicinissimo, quando tocca la famiglia, gli amici, la maestra e la strada dove si vive, quando è addolcito e nascosto dalla quotidianità, diventa immediatamente il mio orrore personale, e io non sono più io ma il protagonista de La vita incagliata. Una cosa semplice.

L'INCIPIT

"Da dieci giorni abbiamo una nuova maestra. La nuova maestra parla tischitoschi, perché viene da una città dell'Alta Italia che si chiama Forlì e tiene la faccia uguale uguale all'Arcangelo Gabriele che sta pittato nella chiesa di Santa Rita, subito entrando a destra."

I RISCONTRI CRITICI

         «La vita incagliata» di Del Giudice
      spietato, poetico ritratto di un mondo
Sguardi di bambino sul nulla degli adulti
     
   
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO 
DOMENICA 5 NOVEMBRE 2006

di FRANCESCO DURANTE

      

Con La vita incagliata (Leconte, 152
pagine, 15 euro; affettuosa postfazione
firmata da Francesco Piccolo), il casertano
Attilio Del Giudice ha composto secondo
me il migliore dei quattro romanzi
che ha sinora pubblicato. Ho usato deliberatamente
il verbo «comporre» — e
non «scrivere» — giacché mi pare di cogliere,
in questa breve e intensa, vivace e
mossa narrazione, un assai lodevole sforzo
di concentrazione, mi verrebbe quasi
da dire di rarefazione, che a partire dal
sorvegliatissimo uso
della lingua si estende
poi alla tessitura
propriamente narrativa,
che da quell’uso
sembra quasi farsi
strada come per un
esito naturale.
A differenza dei tre
romanzi precedenti
Morte di un carabiniere
(1998), Città amara
(2000) e Bloody muzzarè (2004), che
tutti insieme formano una trilogia cui
soltanto per semplificare potremmo allegare
l’etichetta «noir» (ma forse al primo
Del Giudice meglio si attaglia quella
più tradizionale di «poliziesco»), qui lo
scrittore procede a una riduzione dei
suoi materiali, a una scomposizione del
meccanismo, a una sua minimalizzazione
che si fa rapsodica e si costituisce in
brevi cellule narrative (quasi) indipendenti.
La scelta risulta particolarmente
opportuna dal momento che quella che
Del Giudice racconta non è una «storia»
compiuta, bensì l’obliquo apprendistato
alla vita di un ragazzino, Nino, che vive
nella campagna casertana e frequenta
la quinta elementare. Il libro, anzi, si
finge direttamente scritto da Nino, con
una scelta che gli sperimentatori francesi
del vecchio Oulipo avrebbero potuto
definire una contrainte, una specie di costrizione
o di regola che obbliga chi la assume
a conformarsi a tutta una serie di
accorgimenti i quali, al di là della pura
esigenza mimetica (di credibilità del personaggio
narrante), si costituisce in primo
luogo come il punto di partenza per
un tour de force del linguaggio che ha il
non piccolo merito di porre un argine a
certe ridondanze, a certi eccessi, a certi
facili effetti di cui molta letteratura iperrealistica
di ascendenza post-cannibalesco-
tarantiniana risciacquata nelle non
cristalline acque del golfo di Napoli è infarcita
ormai al limite della più stucchevole
sazietà.
Invece, per far parlare Nino, Del Giudice
deve compiere un misericordioso percorso
a ritroso — nella memoria, nella
sua sensibilità più profonda—e costruire
qualcosa di fresco, di non usurato. Il
suo patois, un felice impasto di italiano
regionale e dialetto, mi si è imposto come
una delle lingue più «naturali» che
mi sia capitato di leggere in questi ultimi
anni, e sono felice di additarlo a esempio
di probità e misura, oltre che per la
felicità di certe soluzioni (ne dico una
soltanto: la caratteristica declinazione
del passato remoto, per cui, ad esempio,
«Michele penzai»).
Vengo ora a dire che cosa ci racconta
Nino con questa sua bellissima voce
(questa è sempre la parte più ingrata
di una recensione). Nino dunque racconta
quello che vede intorno a sé: a casa,
dove una madre tenera e affettuosa
è confinata alla solitudine delle sue speranze
frustrate da un marito che è uomo di
rispetto, becero e arrogante e violento
— uno che al figlio non manca
mai di rivolgersi chiamandolo «strunzo";
 a scuola, dove c’è una maestra che
sembra una fatina buona piovuta da un
favoloso altrove che si chiama Forlì;
per le strade, a giocare, a pedalare, a
correre, a scoprire tutto l’infinito mondo
che c’è da scoprire a quell’età, insieme ai
suoi coetanei presi da tutte le turbe
ormonali del caso.
Lo sguardo di Nino è insieme innocente
e impassibile. Sotto i suoi occhi cade
lo squallore quotidiano di una provincia
abbandonata e regolata da norme di
convivenza tribali, e il racconto che ne
viene è nient’altro che il veridico resoconto
di ciò che accade in «un paese che
se fai una cosa buona, nessuno se ne accorge;
ma appena appena sgarri lo sanno
tutti quanti».
Grava su questi luoghi, su questa specie
di Twin Peaks di Terra di Lavoro, il
sentore come di una maledizione popolata
di fantasmi, come quello di Nennella,
la sorellina che «murette che io ero
piccolo»: «Non si trovava più e, poi, dopo
un sacco di ricerche la pescarono nel
canalone, che dice che teneva la pancia
gonfiata come una zampogna». Del Giudice
è molto bravo nel dosaggio narrativo,
nel far sì che la tensione sottile che
dagli uomini si è trasferita allo stesso paesaggio
non venga mai meno, neanche
quando ciò che racconta, come succede
spesso, muove al sorriso. Così è anche
nel delicatissimo capitolo finale, il più incantato
e amaro di questa commovente
storia di una infanzia miracolosamente
in equilibrio sul nulla lasciato dai padri.

 

 

31/10/2006 IL MATTINO

di  FRANCESCO DE CORE

 

Infanzia negata e vita incagliata per il figlio della camorra

La scelta di non voler più crescere come Oskar del «Tamburo» di Grass

 



Quand’è che un’esistenza all’improvviso s’incaglia come può fare una barca che resta senz’acqua attaccata alla terra? Quand’è che si resta lì, come un urlo sospeso nell’aria ferma? A Nino glielo dicono proprio. Nell’ultima scena c’è lui, il bambino, in preda al delirio, con la voce del padre ucciso a pulsargli nelle tempie di un sogno andato a male; e c’è un medico che dice alla madre: «La vita di questo ragazzo è a rischio, una vita incagliata». Il ragazzo, Nino appunto, fa la quinta elementare, muove i suoi passi brevi come una bolla di sapone in un temporale, vive in un paese dell’entroterra casertano con i piedi ben saldi in una storia arcaica, tirata su a miseria, sangue e sbuffi di finta modernità. Nino racconta - con una lingua che è tutta un salto in un dialetto che suona legnoso al pari di uno schiaffo - come quella violenza invade anche le storie anonime. L’abilità di Attilio Del Giudice, nel suo ultimo libro La vita incagliata (Leconte, pagg. 149, euro 15, con postfazione di Francesco Piccolo), sta proprio nel tracciare con la matita il cammino stringato di Nino, il suo perimetro di bambino colpito a freddo dagli eccessi degli adulti, e qui più che altrove dal cinismo del mondo che vuol fare di lui uno fra tanti, magari saziato da pane e sopraffazione, cinismo e furbizia. Ma Nino è pur sempre un bimbo, ha un piccolo orto da coltivare anche se la madre è una vittima, il padre un camorrista che prova a travestirsi da persona perbene, la maestra tischitoschi s’innamora di un altro e non di lui, gli amici - e Michele più amico degli altri - crescono storti come malapianta, e l’onorevole rappresenta scenari inquietanti ma ancora incomprensibili agli occhi di un innocente. I giorni pulsano lenti; i gesti sono incatenati a rituali definiti, e non c’è esotismo neppure nella lingua che agita la pagina di Del Giudice (psicologo educato a cinema, arte e Gadda), un impasto che prende forma in un pezzo di terra che pare aver dimestichezza solo con il degrado e l’abbandono, lunghie scie di una sola, immensa periferia ingrossata dai veleni. In questo recinto, Nino sa di dover diventare adulto, ma è frenato dalla bruttezza manifesta del (ri)creato; anzi, è come se volesse ribellarsi all’ignominia dei grandi, ovvero alla rassegnazione patita (materna) e alla violenza imposta (paterna). Ma, alla fine, il gesto estremo è quello di non voler crescere, al modo di Oskar nel Tamburo di latta di Grass. f.d.c.

 

 

  STILOS (26 Settembre 2006) - IL PRESEPE DI PLASTICA (Novembre 2006)

  di NICOLO' LA ROCCA

 

Nino vive in provincia di Caserta, frequenta la quinta elementare, ha una maestra che parla tischitoschi, un padre camorrista, una madre ansiosa, una casa con un grande terrazzo nel quale non c’è niente, soltanto un filo per il bucato; proprio come il quotidiano di questo bambino, un niente attraversato da un sottile ma duro filo di cose e di persone, di pomeriggi trascorsi osservando i giocatori di biliardo di un bar e fumando sigarette di nascosto. È una vita incagliata, quella del protagonista del nuovo romanzo di Attilio Del giudice, un’esistenza impantanata nella provincia criminale, perché il crimine, in questo dagherrotipo campano evocato dalla lingua sincera e dialettale del bambino, non è altro che una delle tante variabili della sua vita; sta dalla parte del padre, figura di camorrista con le mani in pasta ovunque, sta nelle strade periferiche del paese, affollate di prostitute e “ripulite” quando deve arrivare in città un pezzo grosso della politica, sta nelle facce cicciute dell’onorevole che va a trovare il padre per degli accordi misteriosi. Questo mondo feroce fatto di abusi, brutalità, sottomissioni e angherie viene normalizzato dallo sguardo ingenuo del bambino: così, grazie all’efficace artificio della regressione utilizzato da Del Giudice, passano in rassegna davanti agli occhi del lettore tutte le disumanità immaginabili nel microcosmo della provincia campana, e questo narratore singolare ci fa capire che la normalizzazione non è soltanto nella sua voce, nel suo punto di vista, ma ovunque. Sintomatica, a tal proposito, è l’entrata in scena di un politico: nel romanzo è una figura sfocata e laterale. L’onorevole farà capolino per scomparire subito. Sarà il padre di Nino, camorrista un po’ guascone a pagare, a restare in primo piano. È un’opera insolita e preziosa, La vita incagliata, è come un libro mastro del mondo provinciale campano, non ingabbia il fluire della realtà nelle convenzioni incipit-sviluppo-finale. Gli ambienti, le microstorie, i personaggi che ogni capitolo ci offre sono di pura invenzione, ma restii a farsi domare dai ricettari più recenti della fiction e della faction. Il protagonista del romanzo, pagina dopo pagina, accumulando le sue giornate con un taglio diaristico, ci offre il suo mondo lasciando che sedimenti sulle pagine del libro. La vita incagliata di Nino si deposita davanti al lettore e la sua voce disarmante, curiosa ma docile, buffa ma triste, ne rivela tutto il carico di dolore.

 

  IL ROMA (CULTURA - 13 Gennaio 2007)

LA VITA INCAGLIATA E’ IL NUOVO ROMANZO DI ATTILIO DEL GIUDICE

 LE VICENDE AMARE DEL PICCOLO NINO

               di   ROSARIA MORRA

 

Nino conosciuto in provincia di Caserta come “”o figlio

‘e Sigaretta”, è il piccolo protagonista

di un disordine sociale. La sua famiglia

è infatti composta da Alfò, l'irascibile padre

camorrista, e da Angelina, la buona mamma

che sopporta gli atteggiamenti del marito e

la condizione di moglie di un criminale. Ma

c’è anche Nennella, la sorella maggiore di

Nino, tragicamente affogata nel fiume, il cui

ricordo è sempre vivo nel cuore della madre.

Questi i protagonisti di “La vita incagliata”,

quarta opera narrativa di Attilio Del Giudice

(nella foto), scrittore casertano, pubblicata

dalla capitolina Laconte. Il libro, presentato

al Forum Fnac, nel cuore del Vomero,

ha i «colori agrodolci del Meridione», come

spiega Carmine Aymone, giornalista intervenuto

per l’occasione. «Il registro adottato

- dichiara Del Giudice - non è quell