attilio del giudice
Fabula inquieta e scatole cinesi
scrittori d'attesa - scrittori d'azzardo - scrittori di successo
Capitolo I
Il muro di Berlino
"A che pensi?" Disse Gerardine ."A niente" disse Toni.
Ed era vero. Ma da quel grumo livido di rabbia e di amarezza, del quale avvertiva l’oscura presenza in fondo alla coscienza, gli venne, come da un proiettore automatico, una convulsa sequenza di immagini: la mamma sul letto di morte. "lo devi proteggere, non dimenticare!"
Toni non dimenticò, ma Bruno, da sempre malato di endocardite reumatica, era crepato sotto i ferri, come un agnello sacrificale.
Toni aveva pagato quanto s’era pattuito: trentacinque milioni.
La segretaria del celebre cardiochirurgo non lo aveva guardato negli occhi. Nel dargli la ricevuta, aveva sussurrato: "Mi dispiace."
Trentacinque milioni! Il risparmio di un’intera vita di lavoro, di quella povera donna.
"Per i miei ragazzi ! - diceva – per i miei ragazzi!"
Accese una sigaretta. Lo faceva sempre dopo l’amore. Una coazione, un’abitudine radicata, quasi liturgica. Ma se lo sarebbe tolto il vizio maledetto! Aveva deciso.
Anche un’altra decisione aveva preso, non meno importante: fare un bel po’ di soldi e godersi la gioventù.
Per troppi anni aveva creduto che il lavoro duro in fabbrica, la militanza in un partito dalle mani pulite e l’essersi imposto di non desiderare altro che il necessario, potessero esprimere una nozione di dignità.
La dignità umana. Una sublimazione laica, ma vischiosa, come un’idea mistica. Se ne doveva liberare. A tutti i costi!
S’alzò. Indossò la vestaglia e si avvicinò alla finestra.
Gerardine lo vedeva in controluce. Una sagoma forte. Un bell’uomo.
"Sei triste?" Chiese. Toni non rispose.
Era l’alba del dieci novembre dell’ottantanove.
Era crollato il muro di Berlino. Toni l’aveva sentito dai telegiornali. Una svolta della storia. "E’ finita la seconda guerra mondiale." Aveva detto Occhetto, con gli occhi acquosi da cane buono.
Era un’alba rosata. Dal suo davanzale, in un corridoio di case color sabbia e ocra e in uno spiazzo, davanti a una chiesa in finto romanico, dove, per gioco, due cagnetti neri si rincorrevano, s’apriva una lunga prospettiva, fino al Vesuvio. Il terribile sterminatore, che, in quella tiepida alba di novembre, si ergeva da un mare di vapori e a Toni sembrò un’isola turchina dei mari tropicali.
Era la stagione del merlo e lo sentì cantare vicino. Poi lo vide: proprio sul dischetto di rigore del campo di calcetto della parrocchia. Toni sorrise. "Un uccello buffo, simpatico – pensò - e falsario nella struggente imitazione dell’usignolo."
Da qualche mese questa idea della falsificazione, del trucco, lo intrigava.
S’era licenziato dalla fabbrica. Riprendere gli studi universitari sarebbe stata un’inutile perdita di tempo. Possedeva sei milioni, che aveva preso dalla vendita della macchina, e un progetto. Un progetto, studiato nei minimi particolari, che avrebbe funzionato come un orologio e lo avrebbe reso libero dal bisogno, ne era certo.
Venne a sedersi sul letto, accanto alla ragazza e l’accarezzò sotto l’orecchio, dove lei più si inteneriva.
"Come sei bella qui." Disse.
La ragazza sorrise. "Il resto non ti piace?"
"Mi piace molto anche il resto, ma questa linea del collo è purissima, quella di una dea." Lo disse col suo abituale sorriso ironico, ma lei lo stesso si illuminò di gratitudine.
Gerardine avrebbe fatto l’amore un’altra volta, ma era tardi.
Doveva prendere il rapido per Roma delle otto e quaranta e trovarsi sul lavoro alle quattordici, per il turno pomeridiano del sabato, che le toccava a settimane alterne. Ma, prima, doveva passare dal padre, in via Tiburtina "E’ ora, mi devo alzare!"
Il padre, la sera, aveva lasciato un messaggio alla segreteria telefonica: "Ciao Gerardine, sono papà. Puoi passare un momento? Non mi sento bene. Ti prego, vieni!"
Ma, forse, era la solita scusa per vederla. Per vedere la sua bambina, la principessina. Gli aveva preso la frenesia da quando la moglie se n’era andata e aveva avviato la pratica di separazione.
Anche la mamma non la lasciava in pace e, quando si sentivano, era sempre la stessa novena: che lui le aveva avvelenato la vita, che era un porco, che ci aveva l’amante, eccetera, eccetera.
Ma almeno quella si accontentava di sfogarsi al telefono, il padre, invece, la voleva vedere di persona. Diceva di avere pochi anni da vivere, ma, quando la vedeva, si sentiva rinascere. Una volta le mostrò una fotografia, che lo ritraeva in tuta bianca da collaudatore d’aerei, giovane e sorridente.
"Guarda! Questo era il tuo papà e ora come mi sono ridotto? Un rottame, un rottame!"
"Ma che dici? Sei sempre un gran bell’uomo!"
Lui sembrò contento, ma poi si girò e Gerardine capì che stava singhiozzando e non riusciva a frenarsi.
Non l’aveva mai visto piangere e non sapeva cosa fare e, in quel momento, avrebbe voluto trovarsi in un altro posto.
Gerardine era entrata in quell’amore per Toni come in un rifugio caldo. Un semplice operaio questo Toni, benché avesse frequentato due anni di Scienze Politiche. Ma che gliene importava! Che gliene importava di quello che diceva la mamma! Quella stupida borghesuccia vanagloriosa! Toni era dolce, Toni era intelligente e poi sapeva fare l’amore come un padreterno.
"Aspetta! Ancora un minuto. Ascoltami Gerardine!
Tre anni fa l’Espresso bandì un concorso letterario. Mi pare si chiamasse l’Espresso Inedito. I partecipanti dovevano inviare un racconto non più lungo di venticinque cartelle. Ti ricordi?"
"Sì, me ne ricordo."
"Bene. I partecipanti furono più di diecimila. Certamente avrete schedato i titoli e gli indirizzi."
"Credo di sì."
"Come ‘credo’? Non lavori ai computer?"
"Toni, ci lavoro solo da sei mesi. Ma, forse, hai ragione: un dischetto ci dovrebbe essere."
"Senti, Gerardine: questo dischetto mi serve. Me lo dovresti copiare e portare domani!"
"Toni, non corro rischi?"
"Nessun rischio! Durante l’intervallo ti attardi e ne fai una copia. E’ questione di secondi, di minuti. E’ importante, Gerardine! Mi raccomando… poi, ti spiegherò, ti spiegherò tutto! Ora alzati! Che, effettivamente, è tardi."
Capitolo II
QUELLA FOSCA TRAMA NARCISSICA
Nell’ideare il suo disegno fraudolento, Toni aveva messo in bilancio una buona dose di determinazione e di rigore metodologico. Infatti ancor prima di chiedere il dischetto a Gerardine, s’era documentato e, con circospezione e pazienza, aveva fatto un vero e proprio sondaggio personale. In tal modo ebbe un quadro abbastanza chiaro della situazione, vale a dire: delle variabili che entravano in gioco, esplicite o deducibili per logica consequenzialità.
Lo scopo dell’analisi preventiva era dettato dalla volontà di stabilire il contenuto e il tono di una comunicazione epistolare, che intendeva inviare agli autori del concorso.
Infatti, era proprio quello il punto chiave: l’efficacia della lettera. Da essa dipendeva il successo dell’impresa. In sostanza: un bel po’ di grana, un mucchio di soldi, che sarebbe piovuto come da una slot-machine impazzita.
In primo luogo, Toni constatò che il numero esorbitante dei partecipanti a quel concorso, nonostante il paese fosse preso alla gola da altri traumi più gravi, avesse, all’epoca, fatto notizia.
Il fenomeno s’era prestato a svariate considerazioni, ma, soprattutto, all’ironia.
D’altronde, in un paese dove si legge poco, diecimila aspiranti scrittori erano oggettivamente troppi.
L’intellighencja, al gran completo, era scesa in campo con le micidiali armi del sarcasmo e le aveva usate con precisione sugli obbiettivi e senza risparmio. Così che nonostante Eco avesse speso parole concilianti e avesse, in una "bustina", invitato i lettori a non meravigliarsi più di tanto e a notare che i suonatori di chitarra si contano a milioni e milioni, ma solo uno raggiunge le sublimi vette di Segovia, un fatto sembrò incontrovertibile: i facitori di racconti, eccetto i cinque premiati, nel proprio intimo, ognuno per sé, si sentirono, dostoevskianamente, umiliati e offesi.
E, a dire il vero, anche un po’ traditi. Apparve, infatti, poco credibile che i grossi calibri della giuria avessero la voglia e il tempo di leggere tutta quella roba: diecimila racconti, qualcosa come duecentocinquanta mila pagine. Scherziamo? Che il vaglio e la selezione fossero stati, invece, affidati a una schiera di mezze tacche, incattivite dalla difficile digestione di letterarietà altrui, apparve notizia più verosimile e attendibile.
Ma Toni doveva tenere conto anche di altri aspetti più generali e profondi. E’ risaputo, per esempio, e risultò evidente anche alla sua investigazione, che, nelle poetiche degli aspiranti scrittori e, forse, anche in quelle degli autori affermati, c’è spazio per ogni sorta di motivo: dal lirico al civile, dall’epico all’elegiaco, dall’erotico ortodosso all’erotico trasgressivo e compagnia bella; ma, raramente, vi si intravede un cantuccio che ospiti l’autocritica o l’autoironia. Pertanto gli insuccessi vengono, precipitosamente, imputati alla sola violenza del mercato o alla malasorte. Realtà, queste, non confutabili nell’universo dell’artisticità, ma non, necessariamente, assolute.
Assoluto, però, doveva essere il cordoglio degli aspiranti scrittori, allorché, inviando dattiloscritti alle grandi produzioni editoriali, ricevessero, con impressionante iterazione, sempre la medesima risposta: "Siamo spiacenti, ma la sua opera non rientra nei programmi delle nostre collane." Oppure, inviando dattiloscritti a editori più oscuri e periferici, venissero, puntualmente, invitati a sborsare , quale contributo per la stampa e una fantomatica distribuzione, non meno di quattro o cinque milioni o, a scelta, ad impegnarsi per l’acquisto di tre o quattrocento esemplari dell’opera.
Accade, perciò, che l’opera in questione, anche se ritenuta al pari dei Promessi Sposi, dall’autore, resti inedita ad ammuffire in un cassetto tra malinconici Lari e Penati. A meno che uno non abbia la possibilità di assicurare un bel po’ di voti a qualche candidato papabile, che, una volta eletto e nominato assessore sia disposto ( campa cavallo…) a presentare in giunta una proposta di acquisto per la biblioteca pubblica e la conseguente "elevazione culturale della comunità."
Insomma, Toni un’idea se l’era fatta e avendo valutato lucidamente le varie facce del problema, concepì una letterina che avesse il carattere della cordialità, della semplicità, della solidarietà umana e, soprattutto, che mirasse a colpire quella vulnerabile costellazione della psiche, che tanto consumo satirico aveva innescato. Quella fosca trama narcissica, tenacemente tessuta nell’anima di artisti d’ogni genere, ma che, per questi aspiranti scrittori, si configurava come in osmosi a una congenita, irriducibile e quasi tenera ingenuità.
Ecco la lettera:
"Caro ( cognome dell’autore ),
Ho avuto occasione di leggere il tuo racconto ( titolo del racconto inviato al concorso ).
Potresti inviarmene uno più breve entro Natale?
Ho avuto l’incarico dalla Toge Edizioni di curare un’antologia, che avrà per titolo: Il Racconto Italiano degli Anni Ottanta e avrei piacere di inserirti.
Ogni racconto sarà preceduto da una breve nota critica e dagli essenziali dati biografici dell’autore. L’edizione sarà completata entro la fine di novembre dell’anno venturo e ciascuno autore ne riceverà una copia, in omaggio, inviata, franco destinatario, dalla Toge.
Per le spese di stampa, per il lavoro critico (affidato a una commissione di specialisti), per le spedizioni, la distribuzione e la pubblicità, ti chiediamo un contributo di trecentomila lire.
A tale riguardo, ti allego un modulo di c\c, di cui ti raccomando, nel tuo interesse, di conservare ricevuta.
Caro (cognome dell’autore), io credo che la cifra richiesta sia irrisoria, per un progetto editoriale di alto profilo culturale e di grande complessità organizzativa, infatti, i contributi, nella migliore delle ipotesi, potranno coprire solo un quinto dei costi generali, tuttavia, se non ti va di fare il versamento, non te ne fare un problema! Anzi, ti prego di inviarmi, ugualmente, un breve racconto, perché, ritengo (e me ne assumo la responsabilità), che, in un’antologia di tal genere, un narratore del tuo talento debba esserci.
Con i migliori auguri per il tuo lavoro, affettuosamente ti saluto."
Capitolo III
I crocchianti templi della normatività
L’editrice Toge, Toni se l’era inventata, lì per lì, mentre compilava la lettera e ne aveva scelto la sigla, mettendo insieme le prime sillabe dei nomi: suo e della ragazza. Più meditata era l’idea della citazione del racconto. Un vero punto di forza, che, per i destinatari, doveva avere il significato di un particolare, personalizzato, interessamento. Certo, se gli autori avessero potuto incontrarsi e verificare l’assoluta identicità delle lettere, per Toni tutto sarebbe finito a carte quarantotto; ma Toni poteva contare sulla varietà delle estrazioni territoriali e sulla conclamata ipotesi che quegli autori fossero, per natura, scarsamente predisposti all’associazionismo o ai semplici scambi di notizie utili.
La missiva, però, conteneva anche un tocco di vera e propria genialità, ed era nell’ultima parte, quando lasciava alla discrezionalità dell’autore il versamento del "contributo". In tal modo, Toni mirava a raggiungere un duplice scopo: da una parte, sollecitare l’orgoglio dell’autore – "Mi vogliono nell’antologia, anche se non pago" – e la conseguente disponibilità a non fare la figura del taccagno – "Per trecentomila lire, via!" – dall’altra, quella di premunirsi da un’eventuale indagine fiscale. Sarebbe stato difficile, infatti, stabilire il numero delle quote, dal numero degli autori presenti nell’antologia.
Gerardine, il giorno dopo, quando gli portò il dischetto e ascoltò, per filo e per segno, tutte le modalità del progetto, pensò che Toni ne sapesse una più del diavolo e scoprì, nel suo uomo, un tratto della personalità completamente nuovo, imprevedibile, misterioso e maledettamente affascinante. Tanto è vero che si sentì tutta pronta per una scorpacciata d’amore. Toni, invece, come un atleta, alla vigilia di una importante competizione, fu un partner moderato e, subito dopo, con fare manageriale, disse che bisognava rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro, senza por tempo in mezzo.
Usando un computer IBM, dotato di stampante, preso in affitto, spendendo quasi tutti i risparmi per le affrancature, lavorando sodo (Gerardine, per l’occasione, s’era messa in ferie), in sedici giorni, prepararono le lettere e il 28 novembre 1989, dalla posta centrale, le spedirono.
Toni, in questo progetto, aveva creduto ciecamente, ma i risultati furono sorprendenti anche per lui. Nel giro di un mese, venne a capo della seguente situazione: il 52,61% dei diecimila destinatari della lettera non dette alcun tipo di risposta. Lo 0,39% inviò il racconto e basta. 315 autori inviarono il racconto e scrissero che avrebbero fatto il versamento allorquando avessero ricevuto l’opera.
Il 43,85%, cioè 4385 autori inviarono il racconto e la quota richiesta.
Toni, quindi, incassò un miliardo trecentoquindici milioni cinquecentomila lire.
Stabilì di spendere ottanta milioni per il lavoro critico e duecentotrentacinque milioni cinquecentomila lire per la stampa, le spedizioni e la distribuzione (in una trentina di librerie). A lui e a Gerardine restava un miliardo tondo tondo, pulito pulito.
Forse, l’aver fatto parte di quella che, una volta, si chiamava la classe operaia, doveva averlo segnato. Certo è che non pensò di utilizzare il capitale per altri affari e arricchirsi ulteriormente. Si limitò a investire il miliardo in titoli obbligazionari che, in quell’epoca, garantivano circa il dieci per cento di interessi, intorno, cioè, agli otto milioni al mese. Con questa cifra, lui e Gerardine, si erano assicurati il pane e il companatico, la macchina, la villeggiatura, qualche vestito, qualche compact disc, qualche viaggio, cinema, teatro e televisione. Godevano di buona salute e non desideravano altro.
E, volendo dirla tutta, nel senso di propendere per la sciorinata didascalica: Gerardine, come lieve aquilone alto sul mare, viveva la dolce, femminile, sospensione etica dell’innamoramento. Ma, per Toni, si rese necessario, con un leggero rimpianto, inviare alla tintoria indefettibile della storia quel suo vecchio, rattoppato straccio di bandiera, festoso sì, di guttusiani colori, ma disutile, ormai, come una remota vampata d’amore adolescenziale.
Ebbe, in tal modo, via libera per accedere, in giacca e cravatta, ai crocchianti templi della normatività, scintillanti di polivinile, carta argentata e bigiotterie in culo di bottiglia, e ai santi banchetti e five o’clock, dove, da lungo tempo, come il figliol prodigo, era atteso.
Capitolo IV
Le speranze, si sa, sono recidive
Toni pensò di affidare il lavoro critico a un certo Mario il Professore.
Lo aveva conosciuto in treno un anno prima e ne aveva ricavato l’impressione di uno studioso serio e affidabile.
Fra i due s’era accesa una discussione politica. Una di quelle discussioni che, talvolta, nascono negli scompartimenti ferroviari e che testimoniano l’attitudine dialettica degli italiani; ma che, per la varietà e abbondanza di argomenti tirati in ballo, assumono, via via, il carattere d’una matassa ingarbugliata difficile da districare.
Toni, che per la politica possedeva una sua attrezzatura linguistica, in parte mutuata dal gergo sindacale, in principio, sembrò padroneggiare la situazione, ma, poi, l’altro, sul più bello, sparò una scarica di citazioni, che lo mise in difficoltà.
I due finirono al bar Trombetta, a pochi passi dalla stazione Termini. E’ un bar famoso per la bontà del caffè espresso, ma, siccome faceva un freddo boia, optarono per una vecchia romagna etichetta nera, che Toni volle offrire e, nel salutarsi, si scambiarono gli indirizzi.
Toni si ricordò di questo giovane laureato in lettere, lo contattò e gli offrì, per quell’impegno, venti milioni in anticipo e sessanta milioni a lavoro ultimato.
Mario il Professore era venuto a Roma dalla Ciociaria, dove, orfano, era stato allevato dalle zie: zia Annetta e zia Luisa, le sorelle della mamma.
Quanti sacrifici avevano fatto, poverine, per non fargli mancare nulla e mandarlo avanti negli studi! Ma lui non le aveva deluse: a scuola era stato sempre brillante e, a ventidue anni, s’era laureato, discutendo una tesi su Tertulliano e la misogenia dei Padri della Chiesa. Tre anni e una sessione, il massimo dei voti, la lode e l’applauso della commissione.
Era venuto nella capitale col proposito di inserirsi nel mondo della critica, del giornalismo e, magari, della televisione. Purtroppo, lo scarto tra desideri e realtà, che, in paese, durante le lunghe serate invernali trascorse con gli amici al bar, s’era configurato come un sentiero agevole da percorrere con letizia da parte di chi abbia capacità e vocazione, si era, invece, nell’urbe, rivelato una scarpata impervia, popolata da lupi scaltri e famelici, come quelli che, una volta, scendevano dai monti delle sue parti e delle cui malefatte ancora i vecchi cacciatori raccontavano davanti al fuoco.
Così, Mario il Professore, dopo una serie di tentativi in quelle direzioni, ripiegò sull’idea dell’insegnamento nelle scuole dello Stato. Ma, lo Stato i concorsi non li bandiva e lui, nella lunga attesa, era costretto ad arrangiarsi con le lezioni private di latino e con qualche tesi di laurea.
Al paese, però, non sarebbe tornato!
Certo, la porta di casa delle zie era sempre aperta, anzi sarebbero state felici, le vecchiette, di tenerselo ancora vicino questo nipote tanto affettuoso, tanto giudizioso; ma Mario, mai e poi mai, avrebbe mostrato le sue ferite alla malignità dei paesani. Tra i quali, peraltro, circolavano notizie strepitose sui suoi successi romani.
Non le aveva diffuse lui quelle notizie, s’erano diffuse da sole e, nel diffondersi, s’erano trasformate. Lui s’era limitato a dire d’aver fatto domande, d’aver inoltrato istanze, di poter contare su qualche appoggio autorevole, di avere buone speranze, buone probabilità… niente di più. No, non sarebbe tornato! Meglio starsene dov’era. E poi e poi, nella grande città, l’incontro decisivo, quello che ti cambia una vita, può sempre avverarsi…
Le speranze, si sa, sono recidive, come i vizi.
Insomma, Mario il Professore, con questa fiammella, riposta in quella zona dell’anima neutrale, che gli psicologi chiamano preconscio, tirava avanti una vita angusta, e ristretta anche topologicamente. Abitava, infatti, una stanzetta, tre metri per tre, presso un’affittacamere avara e accidiosa fino al grottesco, che si faceva chiamare signorina Grazia, Grazia Santini, ma che lui, dentro di sé, appellava: Lady Macbeth. Quando Toni gli offrì quel lavoro, con quel compenso, che debordava dai contenitori dei suoi sogni più chimerici, mancò poco che Mario il Professore non si mettesse a saltare come Nurejev e a fare piroette.
Certo, quel lavoro non andava sottovalutato: si trattava di leggere e commentare, con, almeno, sei o sette righe di note, ben quattromila settecento trentanove racconti e finire tutto entro sei mesi. Toni s’era raccomandato, aveva detto che bisognava tenere conto dei tempi necessari alla stampa e alla distribuzione dell’antologia. Non era mica uno scherzo. Ma Mario il Professore ci avrebbe messo l’anima e il corpo.
Si organizzò scientificamente e, per prima cosa, cambiò casa. Per novecentomila lire mensili, trovò, all’eur, in un parco tranquillo, una piccola mansarda col blocco-cucina e arredata quasi elegantemente. Una fortuna per davvero! Vi entrava un sacco di luce e a Mario sembrò una reggia.
Ordinò i racconti, secondo l’indice alfabetico degli autori, li sistemò in grosse scatole di cartone, predispose un tavolino con la macchina da scrivere in un posto bene illuminato e attaccò a lavorare a ritmi frenetici, al limite delle possibilità umane, riuscendo a smaltire trentacinque, trentasei racconti al giorno.
Voleva avere dei margini, rispetto alla scadenza dei sei mesi, perché, non si poteva mai sapere, si sarebbe potuto ammalare o avere altri impedimenti. Non usciva, eccetto il sabato. Alle otto precise aveva appuntamento con un designer, Enzo Maiorano, al quale Toni aveva dato l’incarico di curare il progetto grafico dell’opera e i rapporti tecnici con la tipografia.
Mario il Professore vedeva Maiorano al bar della stazione metropolitana di San Paolo, consegnava il lavoro eseguito durante la settimana, scambiava quattro chiacchiere (ormai era l’unico suo svago) e s’affrettava a tornarsene alle sue recensioni. Prima, però, faceva la spesa per l’intera settimana. Infatti cucinava da sé. Lui, in cucina, ci sapeva fare, anzi la cucina era un suo hobby, ma aveva programmato di privilegiare pietanze semplici, che non richiedessero tempi lunghi di preparazione o di digestione, affinché niente potesse interferire in quel suo impegno, al quale dedicava quattordici o quindici ore al giorno.
Capitolo V
Un’improvvisa erezione
Il ventisette maggio del 1990, Mario il Professore, alle quattro meno un quarto del mattino, si svegliò. Doveva essere esaurito, perché, da un po’ di tempo, dormiva male e, talvolta, si svegliava nel cuore della notte, trovando difficoltà a riprendere sonno. Tanto valeva alzarsi e mettersi al lavoro. Così fece anche quella mattina, ma quando andò a vedere nella scatola di cartone, che conteneva gli ultimi racconti da esaminare, si accorse che ce n’era rimasto uno solo. Un racconto intitolato "La Partita" di un certo Amedeo Zunini.
Questa scoperta lo riempì di un’incredula gioia, tanto da avvertire un benessere fisico che, da tempo, non provava più.
Tornò a letto, accese una sigaretta e si mise a fantasticare sui milioni che Toni, da lì a poco, gli avrebbe dato.
Certo che glieli avrebbe dati i sessanta milioni! Per questo non aveva dubbi: Toni s’era mostrato preciso e corretto.
Come li avrebbe spesi? Innanzitutto un viaggio, un viaggio esotico, in estremo oriente. L’isola di Bali, per esempio. Oppure la Thailandia. Anzi no, il Brasile. Ma sì, il Brasile! Un bel viaggio in Brasile. Pensò al carnevale, alle donne di Rio, a quei corpi favolosi.
Pensò anche alla vita da monaco che aveva condotto in quei mesi. Improvvisamente gli venne un’erezione, formidabile, ma, subito dopo, subentrò l’inibizione, come per uno scrupolo morale e un sentimento di colpevolezza.
Si alzò e andò a leggere "La Partita", il racconto di Amedeo Zunini.
Capitolo VI
Cristina, il prete bello, la mezz’ala sinistra
C’era un prete col basco e una bicicletta.
Il prete pedalava come un pazzo su un filo, a cento metri d’altezza. O, almeno, così sembrava a lui, tant’era l’ansia.
In realtà, correva lungo una strada asfaltata di fresco e il suo bel profilo si specchiava, con rapidi flash, nelle finestre sbarrate dei pianiterra di giallastri caseggiati per civili abitazioni, che l’Istituto Case Popolari doveva assegnare, spulciando da una lunghissima lista di senzatetto.
La strada si chiamava: via Antonio Gramsci.
L’idea era venuta al vice sindaco, che l’aveva proposta in una tumultuosa assemblea consiliare, una sera che l’opposizione voleva vederci chiaro in un’oscura faccenda di appalti.
La bicicletta era una Bianchi, la marca per la quale correva Fausto Coppi, il Campionissimo.
Questa, però, che un carpentiere aveva dimenticato in parrocchia, prima di partire emigrante per la Svizzera, era vecchia e sgangherata. Il prete, invece, era giovane e bello, anche di prospetto, e si chiamava Pio. Anzi, don Pio, come si usa per i preti.
Non si sa per quale estetica intuizione della ditta appaltatrice, questa via Antonio Gramsci finiva all’improvviso, prima dell’ultimo lotto, in uno slargo fangoso, tutto buche e sterpaglia dal quale si partiva una specie di tratturo campestre, che, dopo un paio di curve a ferro di cavallo, tra polverosi cespi di more e tenace gramigna, giungeva, dritto dritto, sull’aia della vecchia masseria dei fratelli Gipponi.
I fratelli Gipponi il danaro per rimetterla in sesto non ce l’avevano e, dopo la morte del padre, l’avevano abbandonata, per andarsi a cercare la fortuna nientemeno che nella lontana Australia.
In quella casa decrepita, dal tetto sfondato, alla meno peggio, s’era sistemata Cristina Cantatore e lì, con l’aiuto di Giuseppa, la bidella della Montessori, alle dieci del mattino del 14 aprile 1950, felicemente, partorì un bel maschio di quasi quattro chili.
Essere prete e padre nel 1950, l’anno santo, l’anno del giubileo, doveva essere una condizione esistenziale quantomeno problematica.
Certo Dio, da lassù, perdona i peccati, ma qui, pensava il prete, mentre pigiava forte sui pedali, bisognava fare i conti con gli uomini e, specialmente, col vescovo. Il quale vescovo se l’era fatto chiamare e gli aveva parlato con aspra franchezza: " Voi, don Pio, vi siete macchiato di un grave peccato. Ma, con la vostra colpa, avete, nel contempo, offeso l’intera comunità ecclesiale! Voi non potete ignorare che le forze atee e materialiste e nemiche della chiesa avanzano; ogni giorno si fanno più tracotanti e minacciose. Non potete ignorare il momento che stiamo attraversando: una fase storica, particolarissima, che non ci consente di tollerare scandali! La vostra vergogna potrebbe diventare lo strumento del demonio, per obliare e vanificare, non solo la nostra povera predicazione e il nostro umile esercizio pastorale, ma lo stesso messaggio evangelico, del quale, voi, don Pio, siete un interprete indegno!". Eccetera, eccetera, eccetera.
Don Pio ascoltava, stando in piedi, con la testa bassa e con le orecchie rosse rosse. Ma, dentro di sé, nonostante la "fase storica" e, per di più, "particolarissima", pensava che il peccato agli occhi del signore, si sarebbe aggravato se si fosse defilato dalle sue responsabilità. Responsabilità umane, nei confronti di Cristina e di quel figlio che stava per nascere. Tuttavia non osava replicare. Si mordeva il labbro inferiore e aspettava solo che il vescovo lo licenziasse.
Intanto Giuseppa guardava la sveglia e smaniava. Si stavano facendo le undici e, a quell’ora, era solita preparare il caffè al signor direttore, ai maestri e alle maestre. Attività questa che, assieme alla più occasionale di levatrice, le permetteva di incrementare le entrate e mandare avanti la barca. Lei, da sola, con quella specie di marito nullafacente e ubriacone che si ritrovava. Una barca, diceva, che, altrimenti, avrebbe fatto acqua da tutte le parti. "O vino", come le aveva fatto notare il maestro Mazzarella, che era un tipo matto e scherzava sempre.
Finalmente sentì il cigolio della bicicletta e andò incontro al prete, il quale comparve tutto trafelato in una zuppa di sudore.
"Meno male, don Pio, che siete arrivato! Tutto bene. E’ un maschio. Un maschione bello assai, bello assai!".
E, mentre il prete si asciugava il collo con un enorme fazzoletto, strizzandogli l’occhio, come per una vecchia intesa e una vecchia civetteria, aggiunse: "E’ tale e quale a voi!".
Il prete si sarebbe fatto paonazzo, se non lo fosse già stato per la corsa.
"Salutateli! – disse ancora Giuseppa con un tono più pragmatico – ma, poi, lasciateli riposare, che ne hanno bisogno! Io torno alle due!".
Don Pio entrò, spostò una tenda, che fungeva da porta, e vide quella sua creaturina accanto alla madre.
Cristina era pallidissima, ma con una luce negli occhi di così trepidante dolcezza, che il prete, con la voce rotta dalla commozione, disse: "Sia benedetto nostro Signore Gesù Cristo!".
Il bambino fu battezzato coi nomi di Luigi, Saverio e Paolo e, all’anagrafe, risultò figlio di Cantatore Cristina e di padre ignoto.
Il padre ignoto fu spedito negli Stati Uniti e a Cantatore Cristina fu assegnato un alloggio dell’istituto Case Popolari: due camere, cucina e gabinetto.
Così, in quella via Antonio Gramsci, Luigi Saverio Paolo, più noto a tutti come Ginetto, il figlio del prete, cresceva bello e intelligente ed era la consolazione della madre; benché i primi anni fossero stati molto duri per tutti e due. Dall’America giungeva qualche pacco, ma mai una parola, mai un saluto e, nemmeno, qualche dollaro, come sarebbe stato giusto.
Cristina si arrabattava, qua e là, facendo i servizi per le case. Povera Cristina! Si voleva rompere la schiena a fare i lavori più pesanti, purché le permettessero di portare con sé il bambino. E a chi lo poteva lasciare, così piccolo? In via Gramsci ognuno aveva i suoi guai. E poi, se ne sentivano di fatti brutti! E Ginetto era tutta la vita sua, tutta la vita sua!
Ma, quando Ginetto si fece più grandicello, ed ebbe l’età dell’asilo, le cose andarono meglio. Dal vescovado era, all’insaputa di Cristina, partita una lettera. Un atto di carità? Certo è che fu chiamata per la visita medica e l’esame psicotecnico e, dopo una settimana, fu assunta come operaia semplice al deposito della Pepsi-Cola.
Ginetto, dopo l’asilo, fu mandato alla Montessori e frequentò le elementari sotto l’occhio vigile della bidella, che lo aveva aiutato a nascere. Poi fu iscritto alla scuola media statale Anna Frank e, infine, dopo la licenza, all’istituto professionale per l’industria e l’artigianato Galileo Ferraris, nella sezione dei Congegnatori meccanici.
Ginetto, a scuola, non eccelleva, per quanto, ogni anno, se la cavasse per il rotto della cuffia; eccellentissimo, invece, era nel gioco del calcio, per il quale mostrava uno straordinario talento e un profondo amore.
A meno di quindici anni, ben proporzionato, col ciuffo ribaldo, con le cosce forti e con lo sguardo che era tutto uno splendore, Ginetto piaceva alle ragazze e, anche quelle più grandine, che già portavano le scarpe coi tacchi e le calze di nylon, se lo mangiavano con gli occhi. Ma Ginetto manco se ne accorgeva, tutto preso com’era da quell’altra passione.
Faceva parte di una squadra del torneo interregionale e giocava nel ruolo di mezz’ala sinistra. In quell’ambiente veniva considerato una vera stella.
La partita più importante era attesa per l’ultima domenica di marzo. Ginetto pensava a quella partita con trepidazione, non solo perché incontravano la prima in classifica, che li precedeva di un solo punto; ma , soprattutto, perché s’era sparsa la voce che sarebbero venuti due osservatori della Lazio. Due osservatori a vedere quella mezz’ala, il numero dieci, una promessa, proprio lui, Ginetto, il figlio del prete.
" A mà – diceva – ce pensi? De la Lazio, de la Lazio!" E le prendeva le mani e la faceva girare torno torno, come una trottola, e lei rideva, rideva e sembrava una ragazzina.
Giunse, finalmente, quella fatidica domenica di marzo e la partita ebbe inizio alle quattordici e trenta.
Ginetto era sceso in campo scalpitante come un puledro, puro di sangue e di immaginazione.
Voleva fare bella figura e si sentiva in forma. Ma la partita era dura, fallosa. L’arbitro, che sapeva il fatto suo, l’interrompeva continuamente, fischiando ogni più piccola infrazione, onde evitare che si trasformasse in una rissa.
Gli avversari praticavano una tattica che, poi, anni dopo, sarebbe stata chiamata "catenaccio" e il tipo di gioco non era adatto a dipanare appieno l’alta classe di Ginetto.
Lui faceva il possibile per dare ordine alle azioni al centro campo, da dove, è risaputo, nasce l’offensiva; ma la manovra, puntualmente, franava di fronte a una difesa praticata a oltranza, anche con calci negli stinchi e gomitate.
Al quindicesimo del secondo tempo, le reti erano ancora inviolate. Ginetto correva lungo la fascia laterale, quando, tutto a un tratto, si fermò e, stringendosi il petto, con una smorfia di dolore, di schianto, s’accasciò.
Doveva essere debole di cuore.
Nella confusione che si fece, uno disse che bisognava fargli la respirazione bocca a bocca. Un altro, invece, gridò che non lo si doveva toccare, finché non fosse arrivato un medico. Finalmente l’allenatore, anche lui stravolto, corse a telefonare al pronto soccorso.
Quando giunse l’autoambulanza e due portantini entrarono in campo con la barella, Ginetto era già morto.
Appena morto, Ginetto andò dritto dritto in paradiso.
Il paradiso consiste nell’essere immersi in un raggio di luce. Starci dentro, come in un cono. E la luce dà una enorme, infinita felicità.
E’ difficile dire sulla natura di questa felicità: non una felicità fisica, certamente. Nemmeno, però, una felicità intellettuale o morale. Una sorta di soavità.
Immaginarsi l’attimo nel quale sboccia una rosa. Ecco, qualcosa del genere. Un attimo che, però, dura un’eternità.
Ginetto, prima di entrare nel cono di luce, coi lucciconi negli occhi, ma con molta civiltà, chiese che gli permettessero di finire la partita. Il Signore della luce lo vide e pensò che gli era venuta proprio graziosa quella creatura.
Non era mai accaduto che uno, che avesse avuto la fortuna di andare in paradiso, volesse tornare sulla terra, sia pure per una mezz’oretta.
E anche quel fatto del signor Jaromir Hladik, che, di fronte a un plotone di esecuzione del Terzo Reich, aveva sollecitato e ottenuto da Dio un anno intero per poter terminare la sua opera, il dramma in versi "I nemici", non era vero.
Jorge luis borges se l’era inventato di sana pianta.
Mai una tale istanza aveva trovato riscontri, né, peraltro, mai alcuno l’aveva inoltrata; tuttavia una decisione insperabile e imperscrutabile permise a Ginetto, il figlio del prete, di tornare a sgambettare in campo al quindicesimo del secondo tempo, come se niente fosse successo.
La partita, come s’è detto, era dura. La capolista si era chiusa nella propria area di rigore, senza nemmeno tentare il contropiede. Evidentemente mirava allo zero a zero.
Al quarantesimo del secondo tempo, Ginetto fece un passaggio smarcante, un tocco delizioso, ma quel brocco del centravanti, solo dinanzi al portiere, si impaperò.
Finalmente, in "zona cesarini", come si dice nel vecchio gergo del calcio, alla squadra di Ginetto fu assegnata una punizione dal limite. Il mediano sinistro tirò, appunto, di sinistro. La palla sorvolò la barriera e andò a colpire la traversa, rimbalzando con una parabola a campanile. Ginetto, con una felice scelta di tempo, saltò e colpì di testa, insaccando al novantesimo.
Non ci fu nemmeno il tempo di mettere la palla al centro, perché l’arbitro fischiò la fine della partita.
In quel preciso momento, Ginetto si accasciò e morì e, questa volta, andò subito, disciplinatamente, ad occupare il cono di luce che gli spettava.
Capitolo VII
La cifra stilistica
Non c’è dubbio che "La Partita", il racconto di Amedeo Zunini, meritasse un’attenzione particolare, se non altro perché, essendo l’ultimo, segnava la fine di una performance massacrante. Ma, nella testa di Mario, altri pensieri danzavano e facevano capriole, come festosi saltimbanchi, venuti in piazza da chissà quali lontane contrade. Tuttavia, con gli automatismi acquisiti dal lungo esercizio, Mario il Professore, appena ebbe finito di leggere il racconto, introdusse il solito foglio extrastrong nel rullo della macchina da scrivere e si accinse a battere l’ultima annotazione critica: "la prima parte del racconto rivela, nell’impianto narrativo, un gusto e una fattura di chiara marca neorealistica, ma, l’elaborazione ironica, operata dall’autore, permette di includere questa prosa in quel filone del post moderno, che…". Non gli piacque. Tirò il foglio dal rullo, lo accartocciò e lo cestinò. Inserì un altro foglio e scrisse: "Nel racconto di Amedeo Zunini, la cifra stilistica…".
Gli venne da ridere: questa "cifra stilistica" ricorreva troppe volte nelle sue note, un’inflazione di cifre stilistiche. Cancellò e ancora scrisse: "Il racconto di Zunini si caratterizza per una struttura narrativa…". Macchè, macchè! Ancora peggio. Niente da fare. Ma sì! Ci avrebbe pensato dopo, non era il momento.
Si alzò dal tavolino di lavoro e andò alla finestra. L’aprì e, a pieni polmoni, respirò l’aria fresca di quella bella mattina primaverile. Ma la primavera se la sentiva dentro: un frigolio nell’anima, una strana sensazione di novità, una voglia di avventure, di incontri. A un certo punto si mise a pensare ad alta voce. Da ragazzo, in momenti di particolare euforia, gli era capitato di mettersi a parlare da solo, tanto che le zie si erano spaventate e volevano chiamare un medico, ma fu lui stesso a tranquillizzarle, dicendo che era stato uno scherzo. Ora lo poteva fare liberamente. "Per prima cosa mi faccio uno shampoo – disse – e un bagno. E voilà! Un vero bagno con sali profumati. Dopo mi preparo una colazione sostanziosa: caffè, pane biscottato, miele, un uovo alla coque. Mi lavo i denti, mi spruzzo il deodorante sotto le ascelle e mi vesto. Dunque: mocassini neri, che devo lucidare; calzini azzurri, slip azzurri, i pantaloni bianchi di lino, che mi stanno bene perché hanno la vita alta; camicia celestina, quella bella di Armani; il pullover di filo me lo metto sulle spalle, sportivamente…poi esco. Dove vado? A zonzo, senza una meta precisa, senza quella maledetta ansia dei racconti. A piazza Navona? A Campo de’ Fiori? Poi vedremo, secondo l’ispirazione. Vado a godermi Roma, i colori di Roma, le ragazze in minigonna, le ragazze romane, le più belle ragazze del mondo! All’ora di pranzo, magari, telefono a Toni e a Gerardine: Salve! Come va? A me bene, anzi benissimo. Ho finito tutto. Domani consegnerò l’ultimo pacco a Maiorano. Quindi – dirà Toni – ti preparo l’assegno? Grazie Toni, come vuoi…".
Capitolo VIII
Dagli occhi e dal tailleur color pansé
Niente da dire, un bel programma!
Mario il Professore ne eseguì la prima parte a puntino e uscì di casa che potevano essere le nove. Vide passare un taxi e lo fermò.
In vita sua s’era servito di quel mezzo di trasporto non più di tre o quattro volte e sempre per necessità e urgenza. Ora, invece, lo voleva fare per capriccio, per lusso, come un gran signore.
L’autista, mentre Mario si accingeva ad aprire lo sportello posteriore, sporgendo la testa dal finestrino, chiese: "Dove la porto?"
Mario il Professore stava per dirgli: "Mi porti dove vuole!" E, come aveva visto fare in un film americano, avrebbe anche mimato l’espressione di chi ha preso le distanze dai ritmi ossessivi della quotidianità e dalle brutture del mondo, ma in quel momento, sentì una voce femminile dall’accento straniero, che lo chiamava: "Signore, signore, prego!" Si girò e vide che gli correva incontro una ragazza, una bionda dagli occhi e dal tailleur color pansé.
"Sarà un svedese – pensò – Mi avrà preso per un altro."
"Signore, scusi, se lei va al centro, posso salire anch’io?"
"Ma certo, certo! - disse Mario il professore. - s’accomodi, prego!"
Non era svedese, era danese. Masticava discretamente l’italiano, che aveva studiato a scuola, ma in Italia era venuta per la prima volta.
Si chiamava Harriet e parlava senza mostrare quei sintomi di diffidenza che, talvolta, imbruttiscono i comportamenti dei turisti stranieri e che sono, in vero, originati da episodi di non edificante ospitalità.
Raccontò di essere venuta in aereo da Copenaghen e di alloggiare a Villa Fiorita. Disse, anche, di aver studiato lingue, d’aver fatto la babysitter per pagarsi l’università e d’essersi, infine, premiata con questo viaggio, sognato sin da bambina: "l’Italia, la culla della civiltà, il giardino d’Europa."
Mario il Professore l’ascoltava estasiato. Benché, per un attimo, avesse sentito l’impulso di intervenire e di chiarire, onestamente, che, per accertate responsabilità politiche e vergognose gestioni amministrative, la culla e il giardino fossero imbrattati di merda.
Prudentemente, però, se ne stette zitto. Anche perché aveva sbirciato, nello specchietto retrovisore, il sorrisetto filosofico dell’autista, che sembrava esplicito nel consigliare di lasciarglielo credere.
Harriet disse di essere ansiosa di conoscere le meraviglie della capitale, ma, per quanto ne avesse già ammirato le immagini nei libri d’arte, non sapeva da dove cominciare. "Oddio, - pensò Mario il professore – che occasione!" "Se le fa piacere… cioè se mi permette… io conosco bene la città… cioè, se vuole, posso farle da guida…"
Lei accettò, sorrise, ringraziò e aggiunse che lui era un uomo simpatico.
In verità, Mario il Professore, nel confronto con questa vichinga, era piuttosto piccoletto e s’era anche un po’ ingrassato con la vita sedentaria che aveva fatto negli ultimi mesi; ma quelle parole lo fecero sentire un altro. Una sensazione tutta particolare, interiore, ma che trasmigrò, rapidamente, nella condotta esteriore, tanto da apparire uno sicuro di sé, virilmente gentile e anche – perché no? – sottilmente sensuale.
La portò al Campidoglio e le parlò di Marco Aurelio. Poi, all’altare della Patria, che lei trovò bellissimo. Lui non fu d’accordo: disse che gli sembrava una macchina da scrivere. Andarono al Caffè Greco, dove le parlò di Giorgio De Chirico e del quadro di Guttuso. A Trinità dei Monti, le comprò una rosa rossa. Lei ne mise lo stelo nell’occhiello della giacca e si produsse in uno di quei sorrisi che, a chi ne abbia fruito l’esclusiva, restano memorabili vita natural durante…
Per il pranzo, scelsero una trattoria all’aperto in Trastevere. Forse un po’ troppo rumorosa e casereccia, ma Harriet era una di quelle entusiaste, che si innamorano di tutto, anche dei bucatini all’amatriciana.
Il vino dei Castelli la dovette illanguidire, perché, tutto a un tratto, sciolse lo chignon, che le teneva i capelli raccolti sopra la nuca e li lasciò cadere a pioggia sulle spalle.
Mario il Professore, che, in quel momento, visto il successo dei bucatini, stava tessendo l’elogio anche dell’abbacchio alla scottadito, di fronte a quella cascata d’oro scintillante, si fermò attonito e pensò che lui una ragazza così bella non l’aveva vista neppure al cinema e chissà che, facendosi animo e coraggio, non fosse venuto il momento di baciarla. Ma c’era gente e lui, che era stato bene educato dalle zie, non se la sentì di procedere in quella direzione, così sostituì quell’idea con un’altra più fattibile e, alzandosi di scatto, un po’ alla balorda, le chiese: "Ti piace il mare?".
La danese, senza sorprendersi di una domanda tanto estranea al contesto del discorso, prontamente rispose: "Sì, Mario, moltissimo" e, con quei suoi occhioni viola, sembrò evocare tutta la misteriosa bellezza di un mare limpido e profondo.
"Allora, aspettami un minuto!". Disse Mario il Professore.
Tornò subito con una Renault 5, che aveva preso in affitto da una rimessa della rent a car, lì vicino. Pagò il conto, la invitò a salire e si diresse, appunto, verso il mare. La portò a Tarquinia, per un breve itinerario etrusco, dove, con la luce rossa d’un fatale tramonto sugli arcani sarcofagi, non si lasciò sfuggire l’occasione per dire di Eros e Tanathos. E, finalmente, in un albergo liberty, sul litorale di Santa Marinella.
Lei apprezzò molto: non tanto la tecnica, quanto l’ardore e la frequenza.
Capitolo IX
Auguri, auguri, auguri!
Quando in libreria uscì il Racconto Italiano degli Anni Ottanta, anche Amedeo Zunini ebbe la sua copia.
In verità, non ne fu particolarmente entusiasta.
Tre volte, con ansiosa attenzione, aveva scorso tutto l’indice degli autori e, tre volte, aveva dovuto constatare che nemmeno uno, tra i tanti, godesse di una qualche notorietà, da poter conferire un po’ di prestigio all’intera antologia; tuttavia, dopo meno di un mese, accadde un fatto straordinario, che lo rese quasi felice.
Un giornalista, al quale Toni aveva offerto una cena e, pare, anche la chiave di un monolocale di multiproprietà, per una settimana di vacanza al Circeo, fece uscire sul messaggero un articoletto che, alla fine, diceva:
"Quattromila settecento trentanove racconti, più di sedicimila pagine, dodici volumi, un poderoso impegno editoriale, dunque. Esso, per la varietà delle estrazioni etniche, culturali e generazionali degli autori, rappresenta un rilevante spaccato sociale degli anni ottanta. Ma l’antologia potrà avere anche il merito di segnalare nuovi autori. Infatti, a un’attenta lettura critica, non sfuggirà la presenza di alcuni brani interessanti per invenzione narrativa e qualità di scrittura. Valga, per tutti, "La partita" di Amedeo Zunini. Un racconto che, a nostro avviso, testimonia una sicura dignità letteraria."
Amedeo Zunini seppe la cosa per una circostanza del tutto fortuita. Appena finito di mangiare, alle quattordici del ventitré dicembre, l’antivigilia di Natale, era sceso a fare quattro passi, assecondando una vecchia abitudine e una vecchia fiducia nell’antica normativa medica salernitana: "Post pranthium deambulare bonum est", allorché, sul marciapiede opposto, scorse il geometra Pontillo, l’amministratore del condominio, che portava a spasso il cane.
Incrociandosi gli sguardi, il geometra Pontillo, con la sua caratteristica voce stentorea (utilissima, nella circostanza, a superare in decibel il frastuono del traffico ), gridò: "Auguri, auguri, auguri!"
"Perché?" Chiese con stupore Amedeo Zunini.
"Come non lo sa? Sul Messaggero parlano di lei!"
"Di me e che dicono?"
D’artagnan, tale era il nome del cane, che col guascone aveva in comune anche l’intraprendenza, forse per un suo bisogno urgente o, forse, perché contrario ai casi letterari, tirava il guinzaglio come un forsennato, per cui il geometra Pontillo fu costretto a una comunicazione assai sintetica: " Parlano bene di un suo racconto. "Auguri, auguri, auguri!". E si allontanò.
Amedeo Zunini restò impalato come un allocco, ma, poi, come punto da una vespa, scattò a cercarsi un’edicola.
Dapprincipio, accelerando i passi, subito dopo, però, trasformando, senza ritegno, la marcia in una vera e propria corsa. Difatti arrivò a casa col fiatone, ma brandendo il giornale come una bandiera conquistata al nemico.
La moglie, che era un tipo serio e sapeva far bene le cose, si accingeva a tagliare la stoffa per una gonna e, in quel momento, era tutta concentrata su un modello di carta millimetrata.
Amedeo Zunini attaccò a leggere senza preamboli.
Lei, un paio di volte, sollevò lo sguardo e, alla fine, disse:
"Ah, bene".
Non aggiunse altro. Era fatta così: di poche ed essenziali parole.
Del resto Amedeo Zunini si accontentò. Conosceva la grande economicità negli entusiasmi della moglie e sapeva che , se anche avesse vinto il Premio Strega e fosse tornato a casa e avesse detto: "Sai, cara, ho vinto il Premio Strega" lei, ugualmente, avrebbe detto: "Ah, bene." E basta.