
SCRITTORI DI SUCCESSO
Capitolo primo
LE PORTE DELL’INFERNO
Quando Riccardo comprò quella casa di pietre, rude come una torre saracena, lontana dalle giungle d’asfalto e anche (almeno un mezzo chilometro) dall’unica stradina asfaltata dell’isola, gli parve di realizzare un desiderio che, nemmeno, sapeva di avere.
Da ragazzo aveva fatto parte di una filodrammatica studentesca, che si chiamava: L’Atollo. Era diretta da un giovane professore, dagli occhi celestini, incorruttibili, e modi democratici, tanto da farsi perdonare l’incerta conoscenza dell’arte scenica e anche il fatto d’aver dato quella denominazione alla compagnia. Infatti, per alcuni di loro, invaghiti di estetica metropolitana e vari collettivismi, quel nome, L’Atollo, al quale seguiva una frase di Melville, che alla fine diceva: "dove si può piangere e sognare", era oggetto di lazzi, frizzi e rime baciate esilaranti. Ma il professore doveva aver visto lontano, perché quella frase, nonostante tutto, aveva depositato le uova fra i neuroni. Tanto è vero che, dopo molti anni, quando Riccardo vide per la prima volta, la casa di pietre, costruita sulla roccia, come per un avamposto militare di fronte al mare e seppe che si poteva comprare con poco, pensò: "Ecco il mio atollo, dove si può piangere e sognare!" E, quando, poi, la mostrò a Maria e lei, con le moine e le pagliuzze d’oro negli occhi, dette espressione alla sua più bella attitudine, quella di saper gioire (per sé stessa e per le gioie altrui), fu contento d’averla acquistata.
Sembrò naturale, e l’argomento non si pose nemmeno in discussione, che in una casa dove si dovesse andare per piangere e sognare, non si dovessero installare telefono, televisore, fax e computer.
In verità quella casa ben si prestava alle vacanze d’estate: i bagni, l’abbronzatura e le grigliate. Ci andavano con Mauro e Miresa, una coppia di amici, e, spesso, con Maurizio, il fratellino di Maria, che era un po’ linfatico e l’aria di mare gli faceva bene.
Quella volta, però, Riccardo volle andarci da solo. S’era messo in testa che un momentaneo distacco dalla quotidianità e la solitudine gli avrebbero favorito la concentrazione, di cui aveva assoluto bisogno per scrivere il romanzo. Lui s’era impegnato a consegnarlo entro la fine del mese, o, al massimo, nella prima decade di dicembre e i tempi si stavano facendo assai stretti.
Ma Riccardo non stava bene. L’avvisaglia si ebbe la mattina del 12 novembre, due giorni prima della partenza.
Aveva fatto una prima stesura del romanzo. Ma di quelle pagine è dir poco che non fosse soddisfatto. In certi momenti, rileggendole, provava un malessere fisico simile alla nausea.
Non si metteva in discussione per le sue forme linguistiche. Queste, ormai, s’erano assestate in una dimensione stilistica media e, per quanto non fossero particolarmente innovative e mai fossero state oggetto del dibattito culturale, venivano, generalmente, accettate dai lettori. Insomma, i romanzi di Riccardo si vendevano e, nel contesto italiano della produzione libraria, poteva considerare sé stesso e, oggettivamente, essere considerato, uno scrittore di successo. Quello che, in quei giorni, atrocemente lo travagliava, era qualcosa d’altro, qualcosa di oscuro, che sembrava galleggiare sulla coscienza, ma che spariva appena cercasse di penetrarne il senso. E che, per la prima volta nella sua esperienza di scrittore, sembrava derivare dalla stessa materia narrativa che voleva elaborare.
Quella mattina (erano in cucina per la prima colazione) ne parlò a Maria, la tenera e serena depositaria di tutte le sue incertezze.
"Non ti abbattere così – disse Maria – vedrai che verrai fuori da questo empasse. Devi avere fiducia in te stesso!"
Gli mise davanti la tazza di caffelatte. Riccardo ne bevve un po’. Lei lo accarezzò sulla nuca, poi gli prese una mano e se la portò sulle labbra e, dolcemente, sul petto, sui capezzoli.
Riccardo, a un tratto, con uno strattone se ne liberò. Si alzò di scatto e si mise a camminare su e giù nella stanza, come una bestia in gabbia.
"Ma che ti succede?" Disse Maria.
Lui non rispose.
"Riccardo, ti prego, parla! Che ti sta succedendo?"
Si fermò, la guardò dritto negli occhi e con una strana voce, deformata da un’incontenibile rabbia, disse: "Tu hai una fiducia smisurata in questo tuo gesto antico di femmina. Credi di procurare pace e armonia con una sola carezza. Ma sei una povera illusa! Sei convinta di essere l’oggetto del desiderio. Sai, invece, qual’ è l’oggetto dei miei pensieri sessuali? Sai chi è? E’ una ragazza. Una domestica, che mi si buttava davanti in ginocchio e mi diceva: ‘Per carità, datemi un po’ di cazzo!’ Capisci cosa vuol dire questo? Lo capisci?…"
Le porte dell’inferno si aprono con un dito.
Erano bastati pochi secondi e poche parole per varcare un limite. Per entrare in quel fossato melmoso, che circonda ogni rapporto di coppia, e, nel quale, a nessuno dovrebbe essere permesso di entrare, nemmeno a uno scrittore di successo.
Riccardo lo capì subito e provò pietà di sé stesso, una sgomenta pietà; ma volle salvare la faccia. Si sedette e si sforzò di sorridere.
"Vieni qua!" Disse.
Maria gli si avvicinò, ma era triste. Lui le cinse con un braccio la vita.
"Io sono orgoglioso della tua bellezza, della tua cultura, della tua profondità; ma avere una donna-bestia, che mangia nella ciotola, per terra, e che, di tanto in tanto, puoi frustare, sulle natiche, è il sogno di ogni poeta che si rispetti…"
"Come quella ragazza?" Disse Maria.
"Quale ragazza?"
"La cameriera."
"Stupida, quella ragazza non è mai esistita."
Ma, in quella mattina del 12 novembre, nell’animo di Maria, s’era insinuata un’inquietudine. Non le importava se la ragazza fosse mai esistita, le importava la ferocia disumana, che aveva intravisto nello sguardo di Riccardo. E, forse, anche per questo, Maria accettò, senza discutere, che lui partisse da solo per l’isola e che, tassativamente, le fosse proibito di raggiungerlo.
Capitolo secondo
UNA SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE
Riccardo non s’era voluto portare con sé nemmeno il cellulare. Aveva detto che avrebbe telefonato dal bar del porticciolo, distante dalla casa di pietre più di due chilometri e avrebbe, in tal modo, fatto un po’ di moto.
Nei primi giorni, infatti, la chiamò.
Le sue parole al telefono erano, più che altro, bollettini di guerra che annunciavano la disfatta: "Mi manchi. Ho una gran voglia di vederti. Di fare l’amore con te. Ma devo liberarmi da questa storia maledetta, che mi rende un ossesso."
Aveva buttato giù una decina di cartelle, ma sentiva che anche queste avessero un che di falso e che, alla fine, le avrebbe bruciate, come aveva bruciato le centocinquanta pagine della prima stesura del romanzo.
Nella mattinata del quarto giorno di permanenza nell’isola, Riccardo incontrò Rosaria. Rosaria fu, come sempre, affettuosa e gentile: chiese di Maria e si rese disponibile per qualunque cosa avesse bisogno.
Aveva un solo occhio, risplendente di tutte le luci del mondo. L’altro se l’era mangiato il cancro. Lei lo portava coperto da una benda nera, alla corsara. La cosa, però, non rattristava, anzi le conferiva un’aria da ragazzina che vuole giocare ai pirati. In ogni caso, anche con un solo occhio, Rosaria era bella e Riccardo avrebbe potuto equivocare su quel "qualunque cosa". Lei, però, mai avrebbe attribuito a chicchessia un pensiero meno che nobile.
"Questa – pensò Riccardo – appartiene a una specie in via di estinzione e bisognerebbe conferirle il diritto di clonazione."
"No, Rosaria, - disse – ti ringrazio, sei sempre tanto cara, ma credo che partirò oggi stesso o, al massimo, domani. Tu, come mai non sei a scuola?"
Rosaria, in quell’isola, faceva, con grande abnegazione, la maestra elementare ed era benvoluta e stimata da tutti.
"Ci torno ora, ho chiesto un permesso per accompagnare dalla mamma una bambina che non si è sentita bene."
In quei giorni il tempo era stato clemente, ma si sarebbe guastato. Una nuvolaglia scura avanzava e avrebbe portato la pioggia.
E la pioggia venne subito, torrenziale, e con la pioggia arrivò anche, da nord-est un vento terribile, distruttivo.
Nei giorni successivi le condizioni meteorologiche sull’isola peggiorarono ancora.
Dalle finestre della casa di pietre, Riccardo vedeva i flutti infrangersi sulla scogliera e alzare cattedrali di spuma. Gli spruzzi arrivavano fino ai vetri. "Mai visto un mare così tempestoso! E’ il diluvio universale – pensò – o qualcosa del genere."
I traghetti non partivano, né arrivavano, naturalmente. E lui non poteva mettere nemmeno il naso fuori dalla porta. "Sono totalmente tagliato fuori dal mondo. Cristo, me lo merito."
Riccardo era stato affascinato dalla vicenda del professore Castellano (un fatto di cronaca nera accaduto otto anni prima) e, a lungo aveva covato il desiderio di scriverne un romanzo.
Nel suo lavoro di facitore di storie aveva, talvolta, preso spunti dalla cronaca, restando sulla sponda quieta, cognitivo, senza passioni invadenti, gestendo la lingua del distacco ironico, sufficientemente apprezzato e discretamente pagato. Aveva, insomma, con poco rischio, palpeggiato la realtà, senza mai metterla a nudo e penetrarla. Invece, per una di quelle oscure ragioni dell’animo umano, per la storia di Castellano, sentì, irresistibilmente, il bisogno di andare più a fondo e decise di darsi da fare per i permessi e incontrare in carcere il professore.
Ma quei colloqui, come si vedrà, ebbero nella sua mente effetti devastanti.
Capitolo terzo
MOSTRUOSO AMORE
I fatti, nudi e crudi, nelle sequenze deducibili dai verbali giudiziari e dagli articoli apparsi, all’epoca, sui quotidiani, con la loro misteriosa e ineffabile oggettività, erano questi: Alberto Castellano, quarantasettenne, separato (una figlia vive con la madre ad Arezzo). Docente di cinematografia al Dipartimento Arte Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna (s’era fatto strada con alcuni saggi sulla Nouvelle Vague e sul Free Cinema inglese). Collaboratore a numerose riviste specializzate. Bruno, leggermente stempiato. Né alto, né basso. Non brutto, nemmeno particolarmente bello. Un sorriso aperto. Un eloquio semplice, razionale, non privo di qualche suggestione elegiaca, in un lessico tendenzialmente progressista (di sinistra, diciamo).
Eterosessuale. All’epoca del delitto pare fosse libero da relazioni impegnative.
Possedeva una mansarda a Bologna e una Volvo marrone.
Il 19 giugno 1981, Castellano deve essere a Sperlonga, invitato a presiedere la giuria di un festival di cinema sperimentale.
Parte da Bologna il 17 pomeriggio e si ferma a Caserta, alloggiando al Jolly Hotel. Decide di soggiornare a Caserta tutto il 18 e di ripartire per Sperlonga il 19 mattina.
Caserta è la sua città natale, dove ha trascorso l’infanzia e parte della giovinezza (frequentava il ginnasio, quando la famiglia si trasferì a Modena. Il padre era capitano di Finanza). Da allora, a Caserta, non era più tornato.
Due anni prima, Castellano, diretto in treno a Reggio Calabria, era sceso alla stazione di Aversa per una coincidenza. C’è uno sciopero improvviso, di tre ore. Ha tutto il tempo per fare una capatina a Caserta, a pochi chilometri. Ma, mentre si avvicina a un taxi, avverte una strana sensazione, un acuto presentimento di sciagura. Ci rinuncia, compra una rivista e si ferma al bar della stazione. Ora, invece, nel viaggio per Sperlonga, progetta, con animo sereno, di rivedere la sua città.
La mattina del 18, esce in auto, col proposito di percorrere le strade e le piazze, che lo hanno visto bambino. Intende posteggiare la macchina in Piazza Mercato. Il traffico è intasato. Fa caldo. Si innervosisce. Non trova un posto di parcheggio e alle undici è di nuovo in albergo.
Nella camera, sul tavolino, ci sono buste e fogli con l’intestazione dell’hotel e c’è una rubrica telefonica della città. Castellano scorre distrattamente i nomi degli abbonati, a un certo punto, legge: dott. Di Selva Luigi, via Battistessa, 11.
Gigi? Abita ancora lì? La stessa strada, lo stesso numero civico. Gigi, l’amico dell’infanzia. Si affollano i ricordi: il ragazzetto biondino, serio, introverso.
Castellano compone il numero telefonico. E’ un po’ emozionato.
"Pronto? Casa Di Selva?"
"Sì, prego."
E’ una voce di donna. Una voce dal timbro caldo, un po’ inquietante.
"Il dottor Luigi è in casa?"
"No. Il papà è fuori Caserta, tornerà alle due, alle quattordici."
"Io sono Castellano. Alberto Castellano, un amico d’infanzia del papà. Mi trovo a Caserta di passaggio e volevo salutare Gigi…"
"Venga nel pomeriggio, se può, lo troverà di certo."
"Va bene. Allora verrò alle…alle sei. Non disturbo?"
"No, assolutamente. Il papà ne sarà felice. Sa la strada?"
"Ma sì, sì! Certo. Io abitavo nel vostro palazzo, al piano rialzato."
"Bene, allora la aspettiamo."
Castellano guarda l’orologio. C’è tempo per il pranzo. E’ un po’ turbato. Decide di scrivere una lettera a un amico.
La lettera è indirizzata a uno scultore di Modena: Aldo Asti.
Asti, per una sopraggiunta paralisi cerebrale, non potrà testimoniare al processo. La lettera verrà fatta recapitare dalla moglie Titti.
Questa lettera costituirà un elemento centrale nel dibattimento. Sarà oggetto di opposte analisi e verrà usata abbondantemente dal Pubblico Ministero e dagli avvocati difensori. Insomma sarà fonte di indizi sia di innocenza, che di colpevolezza.
La mattina del 19 giugno, intorno alle otto, l’anziana signora Orsola Girace, domestica in casa Di Selva, apre l’uscio facendo attenzione a non far rumore, la signorina forse dorme. Si avvia verso la cucina in fondo al corridoio, per preparare la colazione. Passa davanti al salone, si ferma agghiacciata dal terrore per quello che vede, poi, come una forsennata, urla: "Aiuto! Aiuto! Madonna santa! Aiuto!"
A terra, come una bambola dimenticata, riversa su un lato, c’è la ragazza. Ha gli occhi sbarrati, sembrano di vetro. "Di vetro verde", dirà la signora Girace.
La ragazza è nuda, ma con lunghe calze rosse e scarpe nere, lucide, con tacco a spillo.
Aveva diciannove anni. Si chiamava Ivana. Era straordinariamente bella. Appare intatta. Una sola ferita alla nuca, da corpo contundente. C’è del sangue intorno alla testa, in parte assorbito dal tappeto orientale.
Nell’angolo-pranzo del salone ci sono i resti di una cena preparata per due. Su una poltrona, un cappello di foggia inusitata, con veletta azzurrina. Sul tavolo un foglio dattiloscritto. Contiene una poesia senza titolo.
"Avere l’esperienza della cosa di cui
Si dice
Consiste nel dire la cosa perché
La cosa detta è
Il dire.
Il dire infatti è urlo
Senz’altra acquisizione di sé che
Il diapason
Contro natura.
Ma l’insight è lento e procede con
La vecchia lanterna
Del
Causa – effetto. Per cui direi
Che
L’esperienza della cosa di cui si dice
Ha a che vedere con
Chi
Non vuole ascoltare.
Cosa non buona
Dato che se ne approfitta
Lui
Della sua persistente inesistenza.
Astante in decibel resta questa cosa
Detta.
Sacrilega come fucilata o
Stupro
Prima dell’apertura della
Caccia
Nella millenaria quiete della
Valle.
Suoni di corni per il mio reticente
Dolcissimo mostruoso
Amore.
Sovraesposta luce per l’ironico giorno
Umano.
L’arma del delitto? Presumibilmente la base di un lume ottocentesco che era sul pianoforte e che non è stato mai ritrovato.
Tre persone testimonieranno d’aver notato la Volvo marrone, targata Bologna, parcheggiata in Via Battistessa. Risalire al professore è facile.
Nella prima deposizione, Castellano descrive, dettagliatamente, l’incontro con la ragazza, nega, però, d’aver avuto con lei rapporti sessuali. L’esame del liquido seminale eseguito sul cadavere, dimostra, scientificamente, che tali rapporti, invece, ci sono stati.
Castellano fa una seconda deposizione.
Il professore si reca in auto in Via Battistessa alle diciotto circa del 18 giugno. Trova posto a pochi metri dal numero civico 11. Preme il pulsante del citofono di casa Di Selva. Risponde la nota voce femminile. Castellano si presenta. Il portoncino si apre. Sale una rampa di scale. Sulla soglia dell’ingresso dei Di Selva, come un’apparizione celestiale, c’è una giovane donna in vestaglia viola.
"Era – dirà Castellano – una creatura di incomparabile bellezza. Benché una strana luce nello sguardo, come per un’assoluta, irrimediabile disperazione, mi dette un senso di disagio."
"Mio padre ha telefonato. Si scusa, purtroppo non potrà essere qui che domattina. Ma la prego, si accomodi!"
Castellano viene ricevuto nel salone. L’arredamento è ricco, quasi lussuoso, benché l’invadenza di alcune sculture orientali non sembra conciliarsi coi mobili in noce in finto rinascimento.
La ragazza e il professore parlano del più e del meno.
Il padre di Ivana è Ispettore di Dogana a Napoli, ora è a Roma per lavoro. La moglie morì per un tumore al cervello. Ivana è orfana da dieci anni. Frequenta il primo corso di Filosofia a Napoli.
I due conversano su vari argomenti: si parla della città, degli amministratori, di specifiche responsabilità nel degrado dei servizi sociali. Poi il livello si eleva: si discute di un articolo su Micro Mega, riguardante una controversa attualità della Scuola di Francoforte. Si parla poi di Cinema.
Ivana sembra molto interessata al lavoro di Castellano. E’ informata, colta, esprime giudizi penetranti.
A un tratto dice di avere l’hobby della cucina. Vuol preparare una cena.
Castellano è indeciso. Non sa, forse Ivana potrebbe avere altri impegni, il ragazzo…
Lei insiste. Sorride per la prima volta. Appare improvvisamente diversa: una bambina gioiosa.
Castellano accetta. Gli sembra, in tal modo di darle allegria.
La cena viene preparata in velocità, ma con perizia, gusto.
Durante la cena, a un certo punto, Castellano dice: "Lei, Ivana, per come si esprime, per il taglio intellettuale, per il tipo di sensibilità, mi sembra decisamente un’artista. C’è qualcosa che mi nasconde?"
La ragazza non risponde. Le ritorna quello strano sguardo disperato. Poi, improvvisamente, esclama: "Scrivo poesie!". Lo dice come se confessasse, in un atto di estremo coraggio, un indicibile peccato.
"Scrivo una poesia ogni lunedì, distruggo la precedente e ne scrivo un’altra. Credo che le scriva soprattutto per poterle distruggere. Ho quella di questa settimana. La vuole leggere?"
"Sì, certo, ne avrei piacere."
La ragazza si allontana. Torna subito col foglio dattiloscritto. Lo porge al professore.
"No! Preferirei ascoltarla. La legga lei!"
La ragazza legge, seria. Castellano deve aver mostrato un’espressione di sconcerto. E, in realtà, una strana poesia.
"Non le è piaciuta?"
"Come no! Tutt’altro. Anzi mi sembra una… non so… E’ forte, terribile. L’urlo di Munch."
"Aspetti!"
La ragazza si allontana. Torna dopo qualche minuto. E’ nuda. Ha solo le calze rosse e le scarpe lucide col tacco a spillo. In testa, il cappellino con veletta come per una trama feticistica preformata.
"Preferisci questo tipo di poesia?" Lo dice con serietà, senza ironia.
Castellano è come abbagliato. Non ha parole.
L’amplesso è immediato, violento.
Il professore torna in albergo alle ventitré. Lascerà il Jolly la mattina dopo, alle otto e trenta.
I periti hanno sostenuto che l’assassinio è stato commesso tra le ventitré e la mezzanotte del 18 giugno.
Alberto castellano non si è mai dichiarato colpevole dell’omicidio.
Capitolo quarto
LE DIRETTRICI DEL ROMANZO GIALLO
Riccardo, nella prima stesura del romanzo, aveva introdotto una serie di personaggi di finzione: un commissario di polizia, preposto alle indagini, un abruzzese acutissimo con certi suoi tic umorali e quiproquò. Un ragazzo tossicodipendente, al quale Ivana aveva dedicato una poesia, in cui lo chiamava "il mio compagnuccio della morte". Un alcolizzato, incline alla violenza, convivente della domestica Orsola Girace, alla quale, Riccardo, aveva notevolmente abbassato l’età. Un paralitico, personaggio ambiguo, dirimpettaio dei Di Selva, con la faccia sempre incollata ai vetri delle finestre. Un industriale, uomo potente, del quale si sospettavano traffici illeciti e collegamenti mafiosi. E una dozzina di personaggi minori.
Aveva ingarbugliato la matassa, per poi dipanarla alla fine, secondo le consuete direttrici del romanzo giallo.
Un prodotto, se vogliamo, di tutto rispetto, almeno nelle potenzialità di mercato, ma che a lui, una volta definita la struttura, sembrò una ignobile falsificazione e, a poco a poco, si convinse d’aver compiuto un vero e proprio tradimento e una profanazione; tanto è vero che quando, il 14 novembre, entrò nella casa di pietre e, ancor prima di disfare la valigia e sistemare le sue cose, accese il camino e bruciò quelle pagine. Le bruciò una per una e gli parve di amministrare un rito di purificazione e liberazione. Ormai fermamente credeva che la verità andasse cercata nella realtà e che da questa sarebbe germinata una sua nuova realtà di scrittore.
Capitolo quinto
NON ERANO QUELLE ASTRATTE DI NAPOLI
Nella realtà dei fatti c’era anche da considerare la lettera. La lettera che Castellano aveva inviato dal Jolly allo scultore Aldo Asti e datata: Caserta, 18 giugno 1981.
"Caro Aldo,
ti scrivo dal Jolly di Caserta, come puoi desumere dalla carta.
Ho ricevuto i bozzetti e mi sembrano eccellenti. Non ci dovrebbero essere problemi.
Silenziario, mi pare, stia con me nella giuria. Se, però, non lo vedo al festival, lo cercherò a Fondi, che è a due passi e dove il nostro amico possiede una casa. E, se anche a Fondi non lo trovo, mi farò dire dove sta. Insomma gli parlerò. Tranquillizzati! Ho capito perfettamente la situazione. D’altronde, mi pare giusto che, se intendono commissionarti l’opera, concretizzino l’impegno con un anticipo in vil danaro… piuttosto che in nobili chiacchiere.
Io resto a Caserta anche oggi. Il cuore… ha i suoi vizi e, stavolta, ho voluto assecondarli. Speriamo non abbia a pentirmene.
Rivedo questa mia città dopo quasi trent’anni. Stamattina ho fatto un giro. M’ero prefigurato le trasformazioni, le violenze al paesaggio e il resto con rigoroso pessimismo, allo scopo di arginare il trauma estetico e l’amarezza. Ma, l’aver constatato che la mia strada, dove sono nato e dove ho vissuto l’infanzia, sia stata ridotta a una specie di garage, con le auto parcheggiate anche in seconda fila, m’ha dato, ti confesso, qualche fitta ai precordi.
Si chiama Via Pasquale Battistessa (deve essere un eroe del Risorgimento). Prima si chiamava Via Bologna. La progettò un certo ingegner Bembo. Me lo ricordo da vecchio, alto, eretto, con la barba candida da profeta.
I palazzi furono costruiti nel Trentasei, all’epoca dell’ italietta imperiale, ma senza particolare enfasi architettonica. Destinati al ceto medio, mostrano appena qualche leziosità nei balconcini e nei cornicioni, come per un tenero decoro piccolo-borghese.
Ma era una bella strada alberata, battuta dagli innamorati. In fondo c’è il carcere femminile. Per me, bambino, questo edificio segnava la fine del mondo conosciuto, le colonne d’Ercole. Subito dopo, il mistero della campagna, coi filari delle viti e gelsi e noci, a perdita d’occhio, fino all’orizzonte, fino alle remote colline con le torri del borgo medioevale.
Nel Quarantatré, Caserta, piena di caserme, presidi militari e polveriere, sembrava un territorio neutrale, la Svizzera. Napoli veniva bombardata ogni giorno, Caserta, chissà perché, no.
Nella sonnolenta città borbonica la paura, a poco a poco, si attenuò e, più che il coraggio, subentrarono l’abitudine, l’incoscienza e, talvolta un cinico umorismo.
I casertani vedevano gli incendi e sentivano i boati delle bombe su Napoli, a meno di quindici chilometri in linea d’aria, ma i commenti toccavano più l’estetica pirotecnica, che il dolore per l’immane tragedia.
La vita, la vita della piccola città, lentamente, riprese i suoi ritmi e i suoi riti.
Sul Calle Major, il Corso Umberto I, il passeggio, col gelato naturalmente (i famosi gelati casertani), e gli sguardi densi di un represso erotismo.
E, se la domenica pomeriggio, non suonava l’allarme, in Piazza Margherita, c’era la banda della Scientifica, che deliziava con pezzi di Verdi, Puccini e Donizetti.
Ma la distruzione e la morte vennero, anche per noi, con la faccia a stelle e strisce del quadrimotore americano in un’assolata mattina d’agosto.
Gli americani, bisogna dirlo, erano molto più imprecisi di quanto vollero farci credere coi loro film di guerra degli anni Cinquanta e Sessanta. Insomma botte da orbi. Ospedali, chiese, monumenti, scuole, tutto poteva far brodo, per qualche medaglietta ai John Wayne di turno.
Quella mattina la sirena suonò alle dieci, come sempre.
I genitori al lavoro, mio fratello chissà dove, forse alle prese col suo difficile esame di Scienze delle Costruzioni, le mie sorelle, in cucina, a friggere peperoncini (ne sento ancora il profumo).
Non se la sentirono, le sorelle, di sospendere le attività culinarie e correre al ricovero, in Via Leonetti, a un centinaio di metri da casa; ma, per scrupolo, mandarono me, affidandomi a una famiglia di vicini.
Questa famiglia era molto invidiata per le eccezionali capacità organizzative: scendeva nel ricovero con sedioline pieghevoli, lavori a maglia e uncinetto, carte da gioco (il tresette col tre a chiamare era d’obbligo) e, finanche, con un canarino in gabbia, grandissimo cantautore, il quale, del murale con l’imperativo in caratteri cubitali "Silenzio! Il nemico ti ascolta!", evidentemente se ne infischiava – è il caso di dirlo – provocando terribili incazzature del tenente-colonnello in pensione Oscar Palagi, che, al contrario, aveva preso il monito alla lettera. Difatti gridava come un pazzo: "Silenzio, silenzio! Fate tacere quel criminale!". Poi, avvicinandosi all’ardito decolleté della vedova Clotilde Cantalamessa, a voce bassa, ma con la gravità che si conviene allo svelamento di un importante segreto militare, aggiungeva: "L’esercito anglo-americano è dotato di apparecchiature specialissime, che captano tutti i rumori, anche a distanza di centinaia di chilometri." La vedova assentiva incondizionatamente, un po’ perché dura d’orecchio, un po’ perché negli ultimi tempi aveva maturato l’idea di convolare, ancora una volta, a giuste nozze e, tutto sommato, il baffuto stratega non era un partito da buttar via.
Quando si capì che i boati delle bombe non erano quelli astratti di Napoli e direttamente ci riguardavano, e quando anche le lucette d’emergenza si spensero, fu il parapiglia generale, il si salvi chi può.
Urla, strepiti, svenimenti e invocazioni al divino: Sant’Anna e San Sebastiano, patroni della città, naturalmente; ma, anche, Sant’Antonio, San Gennaro, San Ciro, Santa Rita e un’infinità di Madonne: Assunta, dell’Arco, di Pompei, di Montevergine, di Loreto, del Carmine.
Non so come mi trovai all’aperto senza essere schiacciato dalla moltitudine che s’era accalcata all’uscita del ricovero. Corsi in via Battistessa e dovetti provare una certa delusione nel vederla come l’avevo lasciata, con tutti i palazzi intatti al sole e in un silenzio sospeso, da epos neorealistico.
Nessuno in casa. Tornai sulla strada. Tutto a un tratto voci concitate, e donne e uomini, giovani e vecchi, accorsi da tutte le parti e che correvano in tutte le direzioni. Nessuno mi dava retta. Forse piangevo con la disperazione assoluta dei bambini.
Non so quanto tempo sia trascorso, a me sembrò un’eternità. Finché giunse un Balilla tre marce. Scesero mio padre e un giovane finanziere. Reggevano la mamma. Insanguinata, lacera, con la bocca contratta dal dolore. Era stata ferita nel bombardamento al liceo, dove lavorava.
Mi vide e sorrise. Dopo alcuni mesi, morì.
Quel sorriso è una ferita ancora aperta. Una dolcezza disumana, infinita e terribile. Il buco nero nell’anima. Il pozzo di San Patrizio: mai affetto, sesso, mistero di donna, sempre ossessivamente cercati, hanno potuto colmarlo.
Caro Aldo, queste cose si possono dire solo civettando letterariamente, senza ritegno, come ho fatto io. Perdonami! Ma le ho dette a te, pensando alla profonda umanità che c’è nella tua arte.
Poco fa ho telefonato a un vecchio amico dell’infanzia. Non c’era. Lo vedrò stasera.
Ho parlato con la figlia. Una voce strana, di donna. Non so perché mi ha turbato. Questa ragazza mi incuriosisce enormemente. Te ne parlerò.
Intanto s’è fatta l’ora del pranzo e tu sarai stanco della lunga lettura, perciò ti abbraccio e con un bacione alla Titti, ti saluto.
Tuo Alberto".
Questa lettera, a Riccardo, non piaceva: nonostante la vena ironica, troppo gli sembrava il compiacimento e troppa l’esibizione dei sentimenti. Ma, evidentemente, questo era un giudizio estetico. Rilevante, invece, il fatto che la lettera inviata allo scultore, avesse avuto nel processo un peso decisivo, generando vere e proprie analisi psicologiche contrapposte. Quelle dell’accusa (nosologismi gratuiti, tipo: traumi infantili e conseguente ossessività erotica), nonostante Riccardo le avesse trovate assai ridicole, erano state poste con maggiore incisività retorica e, indubbiamente, avevano impressionato.
"Ma, perdio, quelle parole della lettera non potevano essere le parole di un maniaco assassino!" Riccardo lo pensava senza alcuna perplessità.
Capitolo sesto
UN GRANELLO IDEOLOGICO
Nei colloqui che Riccardo aveva avuto in carcere col professore, era venuto a sapere particolari, per così dire, inediti.
La ragazza, durante l’amplesso, farfugliava parole incomprensibili. "E, fin qui, tutto normale. – pensò Riccardo – Sono molte le donne che, in quei momenti, non si fanno capire. Ma, a un certo punto, ha gridato: ‘Papà, papà mio!"
Che significa? Un’esclamazione? Come quando si dice: ‘Mamma mia!’ per un’emozione troppo intensa?
Secondo me, non è la stessa cosa. Ho sentito dire: ‘Mamma mia, che bello!’, ‘Mamma mia che sto facendo!’ e roba così. Ma, ‘sto ‘Papà mio’ mi pare strano.
Si dirà: Ma, Ivana è tutta strana. Questo è vero, ma potrebbe essere altrettanto vero che si tratti di una espressione coatta, dovuta alla momentanea identificazione del professore col padre. In tal caso l’incesto, l’amore ‘dolcissimo’ e ‘mostruoso’ , di cui si parla nella poesia, era un fantasma nevrotico della ragazza o veniva consumato nella realtà?
Ivana e il professore erano soli in casa? Questo è il punto.
Il padre ha deposto di non aver telefonato e di essere stato all’oscuro della visita di Castellano. Ivana, quindi, era a conoscenza, sin dal mattino, che il padre non sarebbe rientrato. Perché avrebbe mentito? Avrebbe, evidentemente, progettato di fare l’amore con uno sconosciuto, amico del padre, per punire qualcuno o per punire sé stessa, per degradarsi?
Questo a freddo, durante la telefonata di Castellano dal Jolly?
Il Di Selva, in rapporto al suo lavoro, avrà avuto contatti col traffico della droga, delle armi e, certo, col contrabbando. Essendo un uomo ligio al dovere, si sarà fatto dei nemici nell’ambiente della criminalità organizzata. Quella pista e, in generale il delitto per vendetta, non sono stati nemmeno presi in considerazione. Perché?
In questa storia, qual è il mio ruolo?
Ci deve essere, da qualche parte, un nocciolo, un granello ideologico, sul quale la scrittura attecchisca, germini, cresca, si espanda oltre le forme che avevi calcolato, in una miriade di valenze. Una galleria inondata, nella quale devi procedere con cautela, ma sai che, alla fine, esci all’aperto e hai davanti a te i sentieri erbosi da indicare, da offrire. Ma il tunnel lo devi imboccare! Io non vedo l’ingresso, non lo trovo."
E, in effetti, Riccardo, anche durante i giorni in cui la bufera, che lo costringeva al completo isolamento, imperversò, poco aveva combinato.
Di tanto in tanto gli prendeva una smania maledetta, come per un’attesa. Come se, da un momento all’altro, la materia narrativa dovesse da sola prendere l’iniziativa e rendersi inderogabile, assoluta. Quando, poi, si accingeva a scrivere una paginetta, appena appena decente, lo invadeva un senso di prostrazione, di stanchezza mortale. Si buttava sul letto, si pigiava il cuscino sul viso, per non sentire il fragore del mare e il vento, che urlava voci di vecchi naufraghi fin dentro le tubature e la cappa del camino, e, subito, vedeva il volto del professore segnato dal dolore. Era il volto che, nei colloqui in carcere, aveva avuto di fronte; ma, ora, quella faccia, a un tratto, si calcificava e si espandeva, mostruosamente, fino a diventare un enorme muro bianco. Forse, il diaframma morale tra la vicenda reale e la cosa letteraria che avrebbe dovuto portare avanti.
Capitolo settimo
QUESTO CI STA PROVANDO
Riccardo, per natura, non era particolarmente aggressivo, né particolarmente leccaculo, ma nei talk-show televisivi, dove, sempre più spesso, veniva invitato a dissertare sui più svariati argomenti, si prestava a rappresentarsi, ora in un modo, oro nell’altro, secondo le richieste, in nome e per conto del dio audience. "E’ la tassa che devo pagare – diceva sorridendo a Maria – per un pizzico di notorietà." Maria, però, non sorrideva e non commentava e, in quel silenzio, c’era il suo dissenso e, forse, anche un po’ di disprezzo. Riccardo lo intuiva, ma non se ne faceva un problema. lui, del pizzico di notorietà, aveva bisogno. Quando, qualche volta, lo riconoscevano e gli chiedevano l’autografo, si illuminava e il compiacimento sembrava esplicito. "Non sono un cantante – diceva – e nemmeno un calciatore, però, se ti fa piacere… Come ti chiami?" (Più amabile di così…)
A poco a poco il pizzico di notorietà era diventato un prezioso scrigno dal quale prelevare, quotidianamente, sicurezza, benessere e, perfino, quel sottile piacere che viene dal potere, dalla possibilità di influenzare e orientare le idee e i comportamenti della gente. Senonché, negli ultimi mesi, quel nettare aveva acquistato un fondo amaro, quasi che, a sua insaputa, qualcuno lo mescolasse con dosi sempre più consistenti di cicuta. E, in quei giorni drammatici nella casa di pietre, improvvisamente, l’idea stessa della notorietà gli sembrò il male. La notte del 19 novembre, dopo lunghe ore di insonnia, durante un dormiveglia invischiato di immagini informi e non classificabili, Riccardo ebbe la certezza che il fantasma maligno, che era dentro di lui, fosse uscito fuori e, nel buio, lo tenesse d’occhio.
Con le tenui luci dell’alba, liberatosi da quella ossessione, si alzò, ma dovette constatare, tragicamente, la fine delle birre, di cui gli restava tra i piedi, una quantità di lattine vuote, che, di tanto in tanto, prendeva a calci. Per fortuna, nello sgabuzzino, in mezzo alla roba della pesca, trovò una bottiglia di vino.
Doveva essere quel vino eccezionale, che avevano comprato dal contadino balbuziente, che aveva toccato il culo di Maria, fingendo di inciampare nelle scale della cantina. Lei rispose con un sorrisetto irresponsabile, che fece andare in bestia Riccardo, ma che, magicamente, fece anche abbassare il costo delle bottiglie. Indubbiamente, però, il nettare del bifolco libidinoso apparteneva alla natura di un dolce sogno pagano. Riccardo sturò la bottiglia e tracannò quel vino fino all’ultima goccia.
Lo stato di ebbrezza gli portò una sorta di languore melanconico. E pensò a Maria. La pensò con tenerezza. Ricordò il loro primo incontro e la sua trovata per affascinarla.
Gli era stata presentata da Mauro e Miresa. Lui disse: "Lei è Maria? Le porto i saluti dell’ergastolano."
Maria si incuriosì e volle saperne di più, allora Riccardo raccontò un episodio, che, realmente, gli era capitato quando era un ragazzino undicenne.
"Il Gennargentu. Un catorcio. Una carretta nera di fuliggine. Chi c’era stato una volta consigliava di vestirsi di scuro.
Povero Gennargentu! Negli anni Sessanta era ancora attivo sulla linea Napoli-Molo Beverello, Ischia-Porto, Santo Stefano, Ventotene, Ponza.
A Santo Stefano si fermava a largo. I coatti scendevano assieme ai carabinieri nella barca a remi. I viaggiatori sul ponte, in un silenzio di morte, a vedere la manovra e la barca che si allontanava verso la piccola banchina, a nord-ovest dell’isola.
Vi domina un fabbricato ottocentesco. Fu progettato – dicono le guide – dall’ingegnere Carpo, per conto di Ferdinando IV di Borbone. E’ un edificio a tre piani, con novantanove celle e un cortile nel mezzo.
Era l’ergastolo.
Quella volta, in manette, coi due carabinieri di scorta, c’era un giovane. Gli stavo di fronte. Mi guardava intensamente. Era bruno, con gli occhi celesti, un po’ ravvicinati tra loro. A un tratto, disse: ‘Dove vai?’
‘A Ponza. Ci abita mia zia.’ Risposi con un po’ di raucedine.
‘Salutami Maria!’
Intervenne uno dei carabinieri: ‘Oè, guagliò! E’ vietato parlare coi detenuti! Vattenne a pazzià ‘a n’ata parte!’
Quando scesero nella barca ero sul ponte, come tutti. Appena la barca si mosse, mi feci coraggio, e gridai: ‘Maria, come? Il cognome!’
Lui alzò la testa e sorrise. ‘Scegli tu! – disse –Scegli la più bella!’"
Terminato il racconto, Riccardo aggiunse: "Ho dovuto aspettare molti anni prima di trovare la più bella."
Maria aveva ascoltato con un sorriso che sembrava esplicito nel significare: "Questo ci sta provando", ma, nel complesso, l’approccio le parve gradevole. E fu il seme di un amore gentile, che perdurava con gli smalti ancora lucidi del desiderio e della complicità, fino a quella mattina del 12 novembre, in cui Maria, per la prima volta, sentì il sapore acre del male.
Capitolo ottavo
COI SIGNORI DELLA STATISTICA
Anni prima, Riccardo faceva un sogno ricorrente. Sempre lo stesso sogno angoscioso. Mentre sognava, sapeva che stava sognando e si diceva: "Eccolo il maledetto!". Ma tale consapevolezza non mitigava l’angoscia. Il primo giorno dell’esame di maturità. Era arrivato in ritardo. Lo relegano in una stanza da solo. Al muro c’è un orologio enorme, che occupa quasi tutta la parete. Mancano le lancette delle ore. Si sono dimenticati di dargli la traccia del tema di Italiano. Non sa che fare. Il tempo passa e non viene nessuno. Un senso di colpevolezza atroce.
Questo sogno non poteva combinarsi con altri. Doveva stare da solo come una trama compiuta del dolore. Finiva solo quando si svegliava madido di sudore. Gli dava una tale sofferenza, che ne aveva paura anche da sveglio. Aveva paura di riaddormentarsi. Così si alzava e cominciava a lavorare, talvolta, alle due o alle tre di notte.
Una volta ne parlò a Mauro. Mauro disse: "Sai, c’è un sacco di gente che fa sogni di questo genere".
"Ah, bravo! – disse Riccardo – Cosicché l’ipotesi di una mia originalità inconscia se ne va a farsi fottere? Praticamente la matrice nevrotica della mia artisticità sarebbe una specie di luogo comune onirico, alla portata di qualsiasi mona, durante le pennichelle in fase REM."
Mauro si mise a ridere. Riccardo aggiunse: "Non me ne frega una sega che la pena scema, perché tengo i compagni al duol… Anzi, a me pare che non scemi per niente, forse perché non ho a disposizione uno di quei signori della Statistica, che hanno fatto i soldi con le elezioni e che, col marchingegno delle Proiezioni, ti sanno dire in anticipo il numero dei partecipanti."
"Sei forte!" Disse Mauro.
Mauro apprezzava il suo umorismo e questo, in qualche modo, rinsaldava l’amicizia.
Ma, effettivamente, quel sogno lo aveva perseguitato senza pietà. Veniva due o tre volte la settimana, lo lasciava in pace una decina di giorni, poi ricompariva con la stessa frequenza. Questo per due anni, due maledettissimi anni. Finché, improvvisamente, scomparve. Riccardo se ne era scordato completamente, ma, in una di quelle terribili notti nella casa di pietre, riapparve, come per un regolamento di conti. Riccardo non avrebbe saputo dire nemmeno se aveva sognato o, semplicemente, creduto di sognare, certo è che provò la medesima angoscia. La traccia del tema.
Ivana?
Poteva essere Ivana?
Oh! La giovinezza, la bellezza, la malattia della mente, la Poesia, la poesia distrutta ogni lunedì. L’incesto, i feticci, il sesso disperato, la morte violenta. Che personaggio! Ce n’era per almeno un secolo e mezzo di narrativa, da Dostoevskij a Capote… Ma non era nelle sue corde.
Anzi, è ridicolo a dirsi, ma quando Riccardo pensava a una stesura letteraria di Ivana, non poteva fare a meno di associarla a Mario Merola.
Capitolo nono
UNA THAILANDESINA DELLA MEMORIA
Una volta, di passaggio a Belluno, Riccardo incontrò una ragazza. Faceva il vigile urbano e, infatti, gli fece una multa per parcheggio in sosta vietata. Pagò la multa e le chiese se poteva indicargli un buon ristorante. Glielo indicò. Lui azzardò un invito a cena. Non fece storie, imprevedibilmente subito accettò. L’avrebbe trovata davanti al ristorante. "Fra due ore – disse - appena smonto."
In albergo Riccardo, mentre si preparava a questo incontro, era euforico, smodatamente euforico. Si faceva la doccia e, come fanno più o meno tutti in analoghe circostanze, cantava a squarciagola: Nel blu dipinto di blu o quella della stanza con gli alberi al posto delle pareti…
Andò al ristorante e, mentre posteggiava, la vide. Non gli pareva vero. Stava già là, davanti alla porta, sempre in divisa.
Durante la cena parlarono di vari argomenti, senza mai toccare l’essenziale, quello per cui Riccardo era tanto euforico.
Era laureata in legge e sapeva il fatto suo. Praticamente parlarono del Corpo dei Vigili Urbani di Belluno. Poi gli chiese cosa facesse nella vita… lui glielo disse.
Non aveva letto niente di Riccardo. Cavò il blocchetto delle multe e si annotò i titoli. Voleva sapere tutto: titoli, editrici, numero di pagine, prezzi di copertina, tirature.
"Ne posso comprare un paio. Lei quali mi consiglia?" Lui le disse due titoli.
"Sono belli?" Gli chiese.
"Sì, certo, sono belli. Cioè, credo di sì, o, forse, sono stronzate, non so. Dipende dai punti di vista."
Si aspettava un sorriso. Niente, non sorrise mai, nonostante i denti bianchissimi e le labbra deliziose.
Secondo Riccardo la cena era stata squisita, ma lei non fece apprezzamenti di sorta, solo quando lui chiese il conto e il cameriere portò due bicchieri di vino dolce, omaggio della casa, disse che quel vino le piaceva.
Riccardo, allora, pensò di acquistarne una bottiglia e le propose di berla a casa sua. Aveva detto che viveva col fratello, ma che in quel periodo, era da sola, perché il fratello stava facendo il militare a Civitavecchia.
Accettò. Riccardo pensò: "Ci sta. E’ fatta!"
La casa era a due passi dal ristorante, infatti ci andarono a piedi. Un monolocale arredato in maniera molto impersonale. Nessun quadro alle pareti, eccetto un poster, in bianco e nero, notissimo, raffigurante Einstein che mostra la lingua.
Bevvero quel vino in bicchieri di cartone e brindarono alle multe di lei e ai successi letterari di lui…
A questo punto, convinto che fosse giunto il momento giusto, Riccardo si accinse a baciarla. Ma lei scartò di un passo e lo lasciò in un equilibrio precario e grottesco.
Disse che si era sbagliato e che a lei il cazzo faceva schifo. E che le piacevano le ragazze, anzi le ragazzine. Che a Belluno se ne stava quieta, perché non voleva compromettersi e perdere il posto, ma che le vacanze se le andava a fare nei paesi del Terzo mondo, dove le cose, in quell’ambito, sono più facili.
"Ma, proprio schifo schifo?"
"Sì!"
Riccardo le disse che era fortemente eccitato e le chiese se poteva fare qualcosa per lui.
"No, mi dispiace, non posso fare niente."
"Senta (si davano sempre del Lei), le dispiacerebbe masturbarsi, pensando alle sue ragazzine, così io farei altrettanto, guardandola?" Riccardo l’aveva buttata giù, così, più che altro per il gusto della provocazione.
"Sì, questo si può fare!"
La situazione era inaudita. Poteva aspettarsi di tutto, anche che fosse una specie di ermafrodito e che lui non lo avesse capito.
E, invece, alzò la veste di vigile urbano, abbassò le mutandine, senza togliersele del tutto, si sedette e mostrò una bella figa piena e un grosso clitoride carnoso.
Attaccò a sbatterlo a un ritmo frenetico. La mano sembrava compiere un’operazione tecnico-pratica, completamente avulsa dal resto del corpo che restava immobile e dagli occhi che guardavano lontano, oltre la testa di Riccardo.
C’erano tutti gli elementi per una totale inibizione e senza dover pensare ad alibi di sorta. Invece era eccitatissimo, chissà se dalla straordinarietà della situazione o da quella visione.
La scena aveva un carattere fortemente iconografico e simbolico: il viso, non c’erano dubbi, da attribuirsi al Perugino o all’ Antonello da Messina. La mano, a Lager o, data la valenza motoria, al Chaplin di Tempi moderni. L’insieme poteva essere, tranquillamente, firmato da Bunuel e Salvador Dalì, in concordanza, come all’epoca dello Chien Andaloù.
Anche lui aveva forzato l’inestetico, abbassando slip e pantaloni sulle scarpe e mettendosi a gambe divaricate, alla distanza giusta per un’inquadratura del totale. L’erezione era stata formidabile, da manuale. E non diciamo che si aspettasse l’applauso, ma, almeno, uno sguardo di quelli che significano: "Complimenti!". Niente da fare. Quella guardava oltre, verso una thailandesina della memoria, forse.
Riccardo si girò e le mostrò il culo. Chissà che, in tal modo, non la coinvolgesse a un qualche interesse per il suo corpo. Inutile. Falso movimento.
Tornò nella posizione primaria del guerriero e si affrettò a finire. "Ho finito." Disse.
"Per me ancora due minuti."
Per discrezione, Riccardo non guardò l’orologio, ma dovettero trascorrere proprio due minuti esatti, quando anche lei finì.
Finì come aveva cominciato, con la stessa faccia seria. Non un gemito, non uno schiudersi delle labbra, un’accelerazione del respiro. "Mai visto niente del genere!" Pensò Riccardo.
Le chiese se avesse avuto l’orgasmo. "Ma, certo! – rispose – Altrimenti avrei continuato."
"E’ stata una cosa piena di comicità surreale. Non le pare?"
"In che senso?"
Non aveva capito. "Ma lei – disse Riccardo - non ride mai? Nemmeno sorride. C’è qualcosa che la diverte?"
"Ah, sì! Mi diverte molto una canzone napoletana."
"Una canzone? E quale?"
"Non pronuncio bene il napoletano. Magari traduco. Fa così: ‘Io sono carcerato e mia madre muore. Voglio morire anch’io prima di sera. Ohi carceriere mio, ohi carceriere!"
"Perché la diverte tanto?"
"Mi diverte per l’eccesso di tragedia. La tragedia è come un’astronave sparata verso Dio. Va dritta fino a un certo punto, ma, via via, perde quote di nobiltà. Poi si incurva nel tran tran delle orbite elittiche con comici afeli e perieli."
Restò stupefatto ancora una volta. Condivideva la teoria solo in parte, né, particolarmente, gli piaceva l’immagine. Anzi, Riccardo s’era sempre chiesto dove risieda la comicità degli afeli e dei perieli, ma lo impressionò l’improvviso "taglio" filosofico.
Ora gli succedeva che se pensava ad Ivana, pensava all’eccesso di tragedia, all’incurvarsi dell’astronave, al carcerato e a Mario Merola, che, di questa canzone, aveva fatto un cavallo di battaglia.
E, naturalmente, ricordava quella Madonna del Perugino, vigile urbano, fan di Keplero, con le mutandine abbassate.
Si chiamava Elia. "Ma Elia è un nome maschile." Osservò.
"I genitori me lo hanno messo per ignoranza o, forse, per una specie di precognizione."
Sì! Per Ivana era andata così. Riccardo non poteva farci niente.
Le associazioni libere sono libere di condizionarci. Avrebbe dovuto puntare tutto sul professore.
Capitolo decimo
LA SARDA SALATA ESTINGUE LA SETE
S’era messo male, il professore, negando, nella prima deposizione, d’aver avuto rapporti fisici con la ragazza e dovendo, poi, fare marcia indietro di fronte alle prove scientifiche. Questo lo aveva messo subito in cattiva luce. Una linea d’ombra, dalla quale non era mai più uscito.
Al processo, più o meno, avevano ragionato così: Castellano, in un primo momento, ha negato di aver avuto l’amplesso, perché era consapevole d’aver compiuto una vera e propria mostruosità. D’avere, cioè, abusato di una ragazza malata, d’aver tradito l’antica amicizia col padre e d’aver indotto Ivana a denudarsi, a indossare le calze rosse, il cappellino con la veletta e le scarpe col tacco a spillo, raggirandola con chissà quali promesse, certamente con la promessa di farle fare una "parte" in un film a luci rosse (Castellano insegnava cinematografia, ma, al processo, fu considerato una specie di regista hard). Smaltita la libidine si dovette render conto di non poter arginare lo scandalo. Era, quindi, necessario uccidere Ivana, vittima e testimone del suo crimine. Infatti, la ragazza, senza dubbio, avrebbe parlato, cioè, una volta uscita dalla fascinazione ipnotica del professore, avrebbe denunciato il misfatto. Il delitto sarebbe stato perfetto, se qualcuno non avesse notato la Volvo marrone, targata Bologna.
Riccardo ricordò un professore di matematica che, di fronte a certe cadute di logica nella dimostrazione di un teorema, diceva: "La sarda salata fa bere e ribere. Bere e ribere estingue la sete. La sarda salata estingue la sete."
Al processo, il livello sillogistico era stato questo, grosso modo.
"Ma non è possibile! Castellano non poteva essere un assassino!" Riccardo se lo ripeteva mille volte.
"Il professore non è un uomo particolarmente avvenente, ma, nemmeno, da buttar via. Una ragazza lo accoglie con cordialità, gli mostra interesse, gli legge una poesia, gli si presenta davanti nuda, bella come il sole, per di più con scarpe col tacco a spillo, calze rosse e cappellino con veletta… Ma scherziamo?
Che avrebbe dovuto fare? Che avrebbe dovuto dire? ‘Signorina, si copra immediatamente! Altrimenti sono costretto a lasciare questa casa. Mi dispiace. La ringrazio dell’ospitalità, invero squisita, ma non a questo si doveva arrivare! Per chi mi ha preso? Sono un gentiluomo, un vecchio e caro amico del suo papà. Su, la prego, si copra, non voglio nemmeno vedere!…’ Non me lo immagino. Non me lo posso immaginare! Non è umanamente possibile. Castellano ha fatto l’amore e chiunque, al suo posto, lo avrebbe fatto in quelle circostanze, nel clima che si era venuto a creare. Ma, non per questo, lui, uomo mite, colto, sensibile, nell’ipotesi di dover nascondere uno scandalo, diventa un mostro, capace di uccidere a sangue freddo, di stroncare una giovane vita, che, sia pure per pochi minuti, gli aveva offerto, appassionatamente, il suo corpo meraviglioso.
Poi lo scandalo, la necessità di nascondere lo scandalo? Ma quale scandalo? L’aver fatto l’amore con una ragazza diciannovenne che gliela dava?
Ma, allora, se non l’ha uccisa il professore, chi è l’assassino?
E che ne so. Se si venisse a sapere ora, a distanza di anni, ne sarei felice per Castellano; ma, come romanziere, il caso non avrebbe più ragione di essere considerato. Il mio romanzo dovrebbe vertere sull’innocenza non riconosciuta, non su una giustizia ritardata.
Dovrebbe coinvolgere l’opinione pubblica, i media, il mondo della cultura, la magistratura, i politici, il Capo dello Stato!…
Un romanzo breve, folgorante, che attinge dalla realtà e arriva, con la sua realtà traslata, a incidere sulla realtà vera e a trasformarla!
Hanno fatto tanto casino sulla morte del romanzo, finalmente un romanzo che serve a qualcosa!
O no?"
Riccardo pensò a un sorrisetto malizioso di Maria. Maria lo conosceva bene: non lo avrebbe visto in un j’accuse, da novello Emile Zola.
E, nemmeno lui, per la verità, ci si vedeva.
Capitolo undicesimo
E’ UN CLIENTE COME N’ARTRO
Ma, soprattutto, Riccardo pensò a una probabilissima scena con Romolo. Una volta, in un party organizzato dalla Nelly (una loro amica), per il lancio di un suo pupillo riccioluto, lo indicò a Maria.
"Guarda, è quello là con le sopracciglia a boschetto!"
Maria disse: "Mi sembra Mangiafuoco, ma deve essere il tipo burbero benefico."
"E invece no: è sottile e insidioso. Da noi è venuto, saranno un cinque, sei mesi e già fa il bello e il cattivo tempo. Pare che costi un patrimonio, ma lui è il re Mida dell’editoria, e tutti lo vorrebbero. Ha un fiuto maledetto e non sbaglia un colpo. Diventa oro tutto quello che tocca. Ha una memoria prodigiosa e sui libri sa tutto: dal costo della cellulosa in Finlandia, al sito Internet, per esempio, di una rivista letteraria macedone… Tutto, tutto quanto gli è necessario per riaffermare il suo potere, la sua influenza. Siccome non mi ha creato lui, sono sicuro che gli sto antipatico."
Però Romolo fu cordiale, quando si conobbero.
Nessuno li aveva presentati. Riccardo stava in un corridoio e parlava con una segretaria. Romolo comparve, lo vide e alzò una mano. "Ciao, dopo passa da me! Ti ho sistemato le cose in amministrazione, come volevi tu!" (Come faceva a sapere quello che Riccardo voleva è un mistero).
"Mi raccomando, una cosa fresca, ben ventilata… centoquaranta, centocinquanta pagine, non di più. E non sforarmi nei tempi! Se no, non ce la facciamo con le strenne di Natale. In bocca al lupo!"
"Crepi il lupo!"
In tal modo, senza fronzoli, diretto e concreto. Questo – pensava Riccardo – quando fiuta l’affare, se no è tutta un’altra musica.
Stando sul letto, nella casa di pietre, col solito cuscino pigiato sul viso, immaginò la scena.
"Siediti!" Pausa. Rito dell’accensione del sigaro Avana. Ancora pausa. Troppo lunga per il suo sistema nervoso. Finalmente: "Sì, sì! Ci ho dato uno sguardino…" Cazzo! Uno ci ha buttato il sangue e lui ha dato lo sguardino!
Poi, siccome è romano de Roma e ci tiene e, forse, anche per compensare lo "sguardino", troppo lezioso, a un tratto, gli piace fare il trucido a tutto tondo. "Senti, ma a ‘sta fardona, come se chiama?… ah, Ivana, chi l’ha fatta fora? Mica potemo fa’ er giallo, senza conosce’ l’assassino. Er lettore è un cliente come n’artro, paga e vo’ sapè! Che te lo dico a fa’?"
Ma Riccardo non escludeva il versante pedagogico. "Lui sa bene – pensò – di essere il direttore editoriale per eccellenza, l’intellettuale decisivo, l’arbitro del destino di almeno venticinque scrittori. E, allora, via con la lezioncina senza scrupoli!
‘Vedi, c’è la Scrittura che cammina da sola. E’ veloce, leggera, polifonica, polimorfa, vola, vola sui tetti, sui campanili, sulle terrazze (col sigaro disegna nell’aria coordinate chagalliane). E’ un bouquet di tropi, di ossimori, sparge profumo, il profumo intenso della verità… E’ teodicea estetica! (Qui cita Contini, senza nominarlo, naturalmente.)
Poi c’è la Scrittura che, invece, da sola non ce la fa. Si deve appoggiare a una storia. Può funzionare, certo! Ma la storia deve essere solida, corposa, ricca, appagante. Capisci? Qui, fuori dalla porta, a due passi d’aereo, ci sono guerre, carneficine, esodi di interi popoli, milioni di bambini che ogni giorno vengono trucidati, che muoiono di fame, monache drogate e stuprate e tu mi vieni a parlare di una storiella senza epilogo, di un delitto del genere che, ormai, ogni condominio può vantare… l’opinione pubblica?… stiamo freschi! E il plot? Il plot se ne va a farsi fottere!’
Allora ti senti un verme. Uno sciancato. Il vecchio pappone sciancato delle Notti di Cabiria, che chiede la grazia alla Madonna del Divino Amore."
Questa situazione Riccardo non l’aveva vissuta. Non ancora, almeno. Ma pensò che gli poteva accadere uguale, pari pari a come se l’era rappresentata. Gli avevano raccontato scene analoghe, con analoghe locuzioni terroristiche e bouquet di tropi e ossimori profumati e plot in malora. E, si diceva, che, in quelle circostanze, venisse la voglia di accucciarsi sotto la pancia protettiva di Romolo, in posizione fetale, perché si ha paura di uscire, di aprire la porta, ché, fuori, ci sono guerre, carneficine, monache stuprate, eccetera eccetera.
"Forse ho esagerato, – pensò Riccardo – comunque non posso correre questi rischi. Non perché debba salvaguardare una dignità di autore che, ancora, non mi sono inventato, ma perché debbo proteggermi dall’annientamento, l’annientamento totale."
In questo suo immaginario sarcastico, effettivamente esagerava, vanificando la gratitudine che, in ogni caso, avrebbe dovuto avere verso persone che avevano mostrato fiducia nel suo lavoro. Ma, ormai, questo era il suo male: una cittadella fortificata, pressoché impossibile uscirne. Muraglia cinese. Dentro si fronteggiavano eserciti, strenuamente. Si registravano atti di valore, dall’una e dall’altra parte. Ma, anche, bassezze, viltà, tradimenti.
Si era ripromesso di non fumare più di un pacchetto al giorno e, invece, ormai non le contava più. Stava andando alla deriva col fiato corto. Se Maria l’avesse visto in che stato s’era ridotto e avesse visto in quali condizioni di abbandono si trovava la casa, lei, sempre attenta all’ordine e alla pulizia, sarebbe svenuta.
Capitolo dodicesimo
UN ESERCIZIO DI FICTION
In quei giorni tempestosi, Riccardo s’era messo in testa un altro chiodo fisso: la storia di Troianello.
Di quella vicenda, evocandola, aveva sempre visto il lato comico, ora, però, quasi a lenire lo strazio di un lambiccamento arrovellato del pensiero, s’era fatta strada la convinzione che quella storiella, con la sua mascherata espressività, contenesse un significato latente e che tale significato direttamente lo riguardasse.
Anni prima, da un suo racconto, si doveva trarre un film. Il film abortì dopo sei giorni di lavorazione. Il lavoro di sceneggiatura, con Martucci, era, invece, andato avanti felicemente.
Alla fine di giugno dell’89, un anno prima di conoscere Maria, Riccardo si trovava nella hall di un hotel milanese di Corso Buenos Aires.
L’incontro con Martucci era stato concordato dalla Produzione per le undici. Martucci tardava. Riccardo non lo conosceva ed era in ansia, quando gli si avvicina un tale un po’ goffo, tarchiato e agghindato come per una festa nuziale, porgendogli una mano sudaticcia e con un sorrisetto allusivo chissà a che.
Ebbe un tonfo al cuore "Che sia questo Martucci?" Pensò.
La stesura di una sceneggiatura cinematografica comporta, con un partner, una lunga frequentazione. Sarebbe stata una tortura, perché questo borghesuccio gli suggeriva un’idea di grettezza e di saccenteria.
"Lei è Martucci?" Disse con un filo di voce.
"No, non sono Martucci. Sono Carlo Troianello." Riccardo respirò.
In quel momento un cameriere venne a dirgli che il signor Martucci aveva telefonato in Direzione, che si scusava, aveva avuto un imprevisto. Lo pregava, però, di aspettarlo, perché sarebbe, comunque, arrivato da lì a poco.
Martucci risultò persona piacevolissima ed esperto sceneggiatore.
La Produzione aveva preso in affitto per loro una casa sulla costa di Maratea. Lavoravano dalle otto all’una. Scendevano, poi, in spiaggia e, dopo il bagno, andavano a mangiare pesce fresco da Peppino a Mare. Peppino era un vecchio pescatore e gestiva con la figlia una trattoria di quelle amabili, col pergolato.
Nel pomeriggio, dedicavano alla sceneggiatura ancora qualche ora e, alla sera, scendevano in paese a ballare e a rimorchiare.
Martucci aveva grandi capacità di aggancio e Riccardo se ne avvantaggiava, tenendosi nella sua scia.
Finirono tutto in ventidue giorni e, siccome erano spesati per l’intero mese, decisero di restare a Maratea ancora una settimana, in compagnia di due studentesse napoletane che lavoravano al Club Mediterranee.
Quella che era toccata a Riccardo, era una brunetta, piuttosto tracagnotta, e col culo basso. Ma era innamoratissima di Totò e stava preparando una tesi di laurea su Sterne, il che riverberava nell’espressione sessuale, un forte tasso di allegria.
Il film, invece, finì a carte quarantotto.
Il principale finanziatore, che era un produttore di spumanti, essendo andato in bianco con un’ attricetta (che pure lui aveva imposto, una tipa tosta, decisa a vendere cara la pelle), ritirò la sua partecipazione al budget, ed essendo, anche, un gran signore, fece pervenire sul set, nella mattinata del settimo giorno di lavorazione, i suoi migliori auguri di buona fortuna e una cassetta di vini pregiati.
Lì la presero sportivamente e brindarono all’insuccesso.
Riccardo e Martucci, che sarebbero dovuti essere pagati a percentuale sul ricavo, si consolarono pensando alle belle giornate di Maratea e brindando, anche loro, ma con un vino più modesto, in un ristorante romano a Trastevere.
"Non sono Martucci, sono Carlo Troianello. Non mi riconosci? Io ti ho riconosciuto subito. In fondo non sei molto cambiato".
"Veramente, in questo momento…Non riesco a mettere a fuoco…"
"Ma come! Carlo, Carlo Troianello. Quello che ti passava le versioni di greco…"
Finalmente Riccardo realizzò. In un baleno ricordò tutto.
Sì, Carlo Troianello. Erano stati compagni di scuola al Ginnasio. Sapeva perfettamente tutte le classi dei verbi greci irregolari e faceva le versioni decentemente. Non le passava a nessuno, rigorosamente, nemmeno alle ragazze che gliele chiedevano con la boccuccia a cuore: "Dai, Carletto, non fare l’egoista!"
Carletto le passava solo a Riccardo, ma, alla fine, quando non c’era più il tempo per smistarle. Riccardo, in cambio, gli permetteva di fargli discorsi moralistici.
Non gli stava bene che fosse miscredente. Anzi, diceva che era tutta una messa in iscena. Non gli stava bene che studiasse meno di niente, benché intelligente. E non gli stava bene che avesse una relazione con la moglie di un tabaccaio, della quale si raccontavano cose strepitose.
In realtà questa relazione era un riuscitissimo esercizio di fiction.
Troianello voleva sapere i particolari più scabrosi e, poiché i particolari più scabrosi, ma anche gli altri, erano frutto di mera immaginazione, quelli scabrosi, risultavano scabrosissimi.
Lui ascoltava a bocca aperta, se, però, a Riccardo calava il tasso di ispirazione, subito innescava il suo discorsetto sulla spiritualità dell’amore e sul fatto che il suo amico, ormai, fosse un’anima persa.
Ma si capiva che, sotto sotto, quelle favole gli erano utilissime per le pippe, che i verbi greci, benché irregolari, non erano riusciti a sublimare.
Ed eccolo qua, dopo quasi trent’anni. Gli si parava davanti con gli stessi occhioni da t’amo mio bove e con la stessa aria di chi la sa lunga sul chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
Riccardo fu gentile, però, e, entro certi limiti, anche affettuoso. Del resto gli era grato che non fosse Martucci.
"Che piacere rivederti! Che piacere! Dai, vieni al bar! Che ti posso offrire?" E cose così.
Troianello disse che seguiva la sua carriera letteraria, che aveva letto i suoi libri, che li aveva fatti leggere anche alla moglie e che aspettava che la figlia avesse l’età giusta per farli leggere anche a lei. "Sai, i tuoi libri sono sempre un poco osè…"
Riccardo gli chiese quanti anni avesse la figlia. "Quasi venti". Da cui dedusse che stronzo era e stronzo era rimasto.
Si era laureato in agraria e aveva sposato la figlia unica di un notaio. Praticamente una miniera d’oro.
"Non posso dire che sia una bella donna, ma ti assicuro che è una madre esemplare."
"Insomma – pensò Riccardo – doveva essere una cozza."
Con l’aiuto del suocero, aveva messo su un’azienda agricola. "Che sta andando – disse – a gonfie vele. Non mi posso lamentare. Una vita sana, onesta. Poi, il rapporto con la terra dà sempre un senso di verità…"
Riccardo era sicuro che non avrebbe avuto scrupoli a citare un bel po’ di versi bucolico-virgiliani, ma lo bloccò in tempo.
"Nella tua azienda lavorano anche extracomunitari?"
"Sì, una decina di negri. Stagionali, però. Sai, per la raccolta dei pomodori."
"E, naturalmente, li paghi secondo le tariffe sindacali?"
Non aveva estro per mentire. "Sì…cioè, no! Sai, i negri si accontentano. Loro, nei paesi di origine, con cinquantamila lire fanno vita da nababbi, per almeno tre mesi. Vedi, tu non sei del ramo… ma la managerialità comporta certe acrobazie… se no, la concorrenza… E’ la legge del mercato! Non sarai mica rimasto comunista?"
Riccardo stava per mandarlo a quel paese, lui e la sua doppia morale. La vita sana, onesta… Ma si accorse che a Troianello tremava violentemente il labbro inferiore. E, con questo solo preavviso, tutto a un tratto, scoppiò in irrefrenabili singhiozzi e lagrimazioni. "Che gli sarà successo? Vuoi vedere che la cozza gli mette le corna con l’idraulico?"
A Riccardo, veder piangere un uomo adulto, faceva sempre un certo effetto. E il certo effetto consistette nell’inibirgli l’eloquio. Non aveva parole né di conforto, né di sconforto.
Pensò di accarezzargli la testa, come si fa coi bambini in analoghe circostanze, ma quello aveva i capelli unti di brillantina, per cui ripiegò su una stretta del braccio. Troianello appoggiò la guanciona sulla mano di Riccardo, la irrorò e la baciò.
"Puttana Eva, mi sono ficcato in una trappola!" Pensò.
"Ma, insomma, che ti è successo?"
Era imbarazzato, anche perché il barista dell’hotel faceva troppo l’indifferente e il distratto, per non lasciar capire quanto se la stesse spassando.
Troianello, a poco a poco, si calmò e raccontò.
Capitolo tredicesimo
SULLA RETTA (E RETTALE) VIA DELLA PERDIZIONE
Si trovava in auto a percorrere quel tratto di Appia, che, da Capua, porta al mare.
Guidava istintivamente, perché la mente era impegnata nel calcolo di una grossa somma di denaro, che, quel giorno, doveva incassare.
Si ferma a un semaforo, una negra, gioiosa e risoluta, apre lo sportello e si infila nella macchina. "Io brava, io brava, io molto brava! Boccafiga: ventimila. Culo: trentamila!"
"Ma no, no! Uscite dalla mia macchina! Io non sono aduso ad andare con le… Ma, insomma, sono un uomo sposato. Ho moglie e figlia… E poi condanno severamente la prostituzione! Hai capito? Esci!"
Quella non aveva interesse a voler capire e ripeteva sempre la stessa canzone, ridendo: "Io brava, molto brava. Boccafiga: ventimila…" Eccetera.
Intanto dietro s’era fatta la fila e strombazzavano.
Lui riparte. Quella ride e gli accarezza una coscia.
Era stata la seconda proposta, quella da trentamila, a minare tutta l’impalcatura etica. Una cifra contenuta, se vogliamo, per lui che non l’aveva mai fatto e, nemmeno, aveva mai pensato di inoltrare esplicita richiesta alla cozza.
"Gira a destra, gira a sinistra. Vai dritto!"
"Ma che stava facendo? Oh, com’è vulnerabile la carne!"
Per farla breve, si ritrovarono in aperta campagna, sotto un albero, in un giaciglio predisposto (puzzolente).
Lei fu rapida e abilissima nel guidarlo sulla retta (e rettale) via della perdizione…
Appena in tempo, perché Carletto aveva sempre sofferto di eiaculathio precox. E s’era sfilato pure il preservativo.
La crisi, spirituale si capisce, subentrò subito dopo.
Non ci dormì la notte. Al mattino, senza farsi nemmeno la barba, uscì a cercarsi un confessore. Il parroco? No, no! Meglio di no! Andò a cercarsi un altro prete, in un’altra parrocchia.
Per la cancellazione e per l’assoluzione se la cavò con poco: una decina tra Avemaria e Paternostris e un’offerta per i poveri, da mettere nella cassetta. "Anche diecimila".
Il prete, che era un uomo pratico, gli disse, alla fine, di stare tranquillo, infatti constatava un sincero pentimento, ma sarebbe stato opportuno farsi fare una bella analisi del sangue. Per ogni evenienza.
Lui se la fece fare e, quando andò a ritirare il referto, lo chiamarono in disparte e gli dissero, papale papale, che era risultato sieropositivo.
Riccardo stava per dare la stura alle formulette pseudofilosofiche sulla sfiga universale, sulla provvisorietà della vita terrena, sul fato e compagnia bella; ma, ricordandosi dei negri, raccoglitori di pomodori e presi a calci in culo, si limitò a dire che la scienza, in quell’ambito, stava facendo passi da gigante e… Per fortuna arrivò Martucci.
Troianello, dopo un po’, sentendosi estraneo alle loro faccende, ringraziò delle belle parole e se ne andò. Aveva prenotato una visita da un "luminare milanese che fa miracoli", disse.
"Eppure la storia di Troianello ha un che di grandioso. L’assoluta fatalità, come si direbbe in un romanzo rosa. Ma l’assoluta fatalità è un diagramma della tragedia greca. O no?" Pensò Riccardo.
"Non mi voglio impelagare, ma non c’è alcun dubbio che la storia di Troianello è una metafora della mia attuale condizione. Una metafora con una forte funzione esplicativa e analogica. Nella vicenda di Troianello, la negritudine, sfruttata e umiliata, imbocca la strada della vendetta, attraverso un male fisico distruttivo e inesorabile. Nella mia situazione la materia narrativa, sempre da me sfruttata, ma tenuta fuori da ogni rischio personale, da ogni coinvolgimento dell’emozione, si rivale, attraverso un male dell’anima, altrettanto inesorabile."
La nozione gli dette un filo di Arianna. Non propriamente, in vero, per uscire dal labirinto, quanto per entrarci.
Capitolo quattordicesimo
LESA SACRALITA’ MERCANTILE
La notte porta consiglio, si dice. E, forse, la notte del 24 novembre, a Riccardo, un consiglio, lo aveva portato, ma in forme di così dolente enigmaticità, da tenerlo sveglio fino alle quattro del mattino, coi suoi maldestri tentativi di resistenza di fronte all’irrompere della ragione impura; finché, esausto, precipitò in un sogno cieco, senza sogni.
Dopo tre ore, si svegliò di soprassalto e, subito, avvertì uno strano silenzio: il vento, che, per un’intera settimana, aveva flagellato l’isola come per un castigo, se n’era andato via, chissà dove.
Aprì gli scuri e vide il miracolo: l’alba meravigliosa. L’incendio arancione sul mare turchino e immobile. Respirò a pieni polmoni. Seguì il volo di un gabbiano. Andò in cucina a farsi un caffè. Usava una miscela araba, di cui aveva sempre apprezzato il profumo. Gli sembrò di star meglio. Sì, decisamente, stava meglio.
In quei giorni, la speranza di buttar giù almeno le strutture portanti del romanzo, s’era, poco alla volta, ridotta al lumicino, tuttavia Riccardo non l’aveva mai completamente perduta. Ora, invece, che si sentiva più sereno, gli era possibile fare il consuntivo del fallimento e decidere di farla finita, una buona volta.
"E’ vero – pensò – ho preso l’anticipo e, con la mia ansia filosofica di spendere tutto e subito, non abbiamo una lira. Ma questo non può cambiare lo stato delle cose. Vuol dire che, per qualche mese, Maria tornerà alle sue traduzioni per la sopravvivenza e poi si vedrà.
Troverò una scusa, anzi dirò la verità: ho avuto un’ulcera perforata dell’anima. Magari omettendo la parola ‘anima’, che implica sempre l’idea di responsabilità morale.
Responsabilità morale, nella fattispecie, per lesa sacralità mercantile…
Posso impegnarmi per un altro romanzo, da farsi entro Pasqua e adatto ai lettori dell’estate, che, poi, sono stati sempre i miei lettori. Borghesi, rincoglioniti dalle vacanze, che vogliono una narrativa, non troppo truculenta, con parvenze di intelligenza ironica. Tre o quattro prurigini, da lessici rigorosamente scatologici, sparse qua e là, onde insaporire la salsa, e via. Funziona.
Funziona come un rolex thailandese da trenta dollari. Funziona, funziona! Venti, venticinquemila copie vendute.
Certo, ora, è finito tutto. E’ andato tutto a puttane! E’ stata la materia narrativa a ribellarsi a me o io a ribellarmi alla materia narrativa. Non lo so. Di sicuro so che non scriverò il romanzo e se, ancora, ci fossero dubbi residui per recidivi orgogli, l’episodio di stanotte decisamente li cancellerebbe."
Capitolo quindicesimo
VECCHIO ES
Era accaduto questo: all’una di notte, Riccardo sentì gli stimoli della fame. In casa, ormai, da mangiare c’era ben poco. Si ricordò di un paio di tranci di pesce spada da scongelare.
Aprì lo sportello del freezer e vide un foglio di carta piegato in due. Un foglio dattiloscritto, nel quale si rivolgeva a Maria e le parlava del professore e di Ivana.
Subito riconobbe i caratteri della vecchia olivetti, che non usava almeno da cinque anni.
Le poche cartelle del romanzo, nella casa di pietre, le aveva scritte a penna, con la biro. Inoltre, non ricordava d’aver portato in quella casa l’olivetti, né che l’avesse portata Maria. Prese paura. Molta paura. "Chi ha scritto il foglio? Perché è stato messo nel congelatore?"
Riccardo era stato sempre piuttosto indifferente di fronte ai metalinguaggi metafisici, ma, lì per lì, ebbe la reazione di un bambino in preda a un terrore mistico. E gridò: "C’è qualcuno in casa? C’è qualcuno in casa?… Rispondete!"
Immaginarsi che gli avessero risposto: "Sì, c’è qualcuno che vuole impedirti di parlare del professore e della ragazza morta!" Sarebbe morto lui, di infarto.
Si mise a cercare l’olivetti dappertutto, in uno stato pietoso di indicibile agitazione. Finalmente la trovò, dopo un paio d’ore, dove mai avrebbe creduto: sotto il letto, avvolta in un asciugamano.
Pensò che la macchina avesse scritto da sola quel foglio, per spaventarlo e vendicarsi d’essere stata, negli ultimi anni, sostituita dalla stampante del computer.
Insomma dovette constatare quanto la sua mente fosse fragile. Ci volle molto tempo, prima che fosse in grado di usare il cervello.
Riccardo, come tutti gli scrittori, era attento al consumo delle parole e, normalmente, avrebbe evitato la parola Es (il famoso pronome neutro tedesco, che Freud usò per indicare le pulsioni profonde della psiche), di cui molti avevano abusato, rendendola banale. Ma, ora, a tu per tu, in camera caritatis, ne fece uso anche lui: il vecchio Es, selvaggio e indipendente come Mister Hyde.
"Hai approfittato di un momento di debolezza e ti sei fatto gioco della mia coscienza, che aveva messo sempre al primo posto la forza del ragionamento. Non l’hai avuta vinta, però, vecchio caprone, perché, come vedi, ne sto facendo uso.
Ma, devo ammettere che sei riuscito a rendermi ridicolo. Sono stato l’attore e l’unico spettatore di uno sketch, con le sembianze di un dramma. Praticamente: il pagliaccio di Leoncavallo alla rovescia…"
Ma c’era poco da scherzare. Nel passato aveva avuto familiarità col suo male: l’ansia, le angosce improvvise. Ora, però, doveva fare i conti con questo estraneo, che aveva assunto la regia dei suoi comportamenti e agiva a sua insaputa.
Capitolo sedicesimo
Un tesoro inestimabile
Guardò la lastra azzurra del mare. "E’ proprio un dio." Disse a voce alta. Gli venne in mente il verso di una poesia d’amore:"E il destino ci inseguiva come un pazzo col rasoio in mano". Valutò che, quel giorno, i traghetti sarebbero partiti regolarmente e che gli sarebbe stato possibile prendere già quello delle undici e trenta. Tirò fuori dall’armadio la valigia, la dispose sul letto e cominciò a riempirla, piuttosto alla rinfusa, della sua roba.
Ma i pensieri della notte avevano trovato il guado e, con pervicace coazione, tornarono.
"Che sia l’inizio di una grave malattia?" Pensò.
"Ed è sufficiente prenderne atto per scagionare il suo progredire? O sarà il tributo che devo pagare, per non aver avuto il coraggio di andare contro corrente, contro la moda e i facili guadagni? Cosicché, questa cosa oscura, che mi punisce e sembra abrogare ogni tentazione di logica formale, indica, invece, una strada nuova. Una strada percorribile di rispettabilità e dignità? Chi lo dice che…
Oddio! Chi lo dice che l’implosione della ragione sia un male e per me non possa avere un suo ruolo morale e estetico? Chi lo dice?
Lo smarrimento. Perdersi. Perdermi come in un orgasmo antico di ragazzo. Per cercarmi. E cercare il mondo."
Il pensiero fu balenante e recò con sé un senso di incredula gioia, quasi che avesse, per caso, per un colpo di fortuna, trovato un tesoro inestimabile.
"Ma sì! Non mi curerò! Non ingoierò pasticche! Non impinguerò il portafoglio di avidi strizzacervelli! Se ne vadano a cagare con le loro ambigue prospettive di razionalità ed emendate armonie e salute! Un nuovo grande viaggio, standomene alla finestra, col beneplacito di Pessoa. E senza malinconie portoghesi. In nome e per conto di una pazzia, finalmente non letteraria.
Uno spettacolo no stop. Il più fantasmagorico per il mio irriducibile voyeurismo e con ingresso gratuito anche per Maria!
E anche per Rosaria! – gridò – Anche per Rosaria!"
Tutto a un tratto si spogliò del pullover, della camicia, della canottiera. Gonfiò i muscoli del torace. Gli prese un riso irrefrenabile. Si tolse i pantaloni, le mutande, e con le sole scarpe da tennis, Riccardo, scrittore di successo, uscì di casa.
Percorse, in pochi minuti, arrampicandosi come una capra, il sentiero roccioso, che portava alla strada asfaltata.
L’aria era frizzante e tersa. E tutto sfolgorava al sole. "Che meraviglia!" Pensò.
"Sì, Rosaria dovrà saperlo per prima. Ne sarà felice. La dolce, cara Rosaria…"
Sul muretto, davanti alla casina cantoniera dell’ANAS, c’era seduto un vecchio. In paese lo chiamavano Brucculino, per via del quartiere newyorkese, dove, da giovane, a lungo aveva lavorato. Riccardo lo conosceva. Il vecchio lo vide e spalancò gli occhi. "Santa vergine!" Disse. Riccardo salutò, alzando un braccio.
Il vecchio gridò: "Scimunito!… Cummogliati, che ti pigli ‘na purmunita!"
Camminava svelto con quelle strane movenze, che i podisti adottano nelle gare di marcia.
Prima di raggiungere il molo, due carabinieri lo fermarono. Rideva ancora, quando lo portarono in caserma e gli buttarono addosso una coperta.
Davanti al maresciallo, però, improvvisamente, si incupì.
"Come vi chiamate? – disse il maresciallo – chi siete?"
Riccardo non rispose. Non lo sapeva.